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di Ambra Ruggeri martedì 5 aprile 2011 - 0 commento oknotizie
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Uranio impoverito. L’Italia chiamò

Uranio impoverito: sì del Garante alla pubblicazione dei dati personali per la ricerca epidemiologica sui militari in Bosnia

ROMA- Via libera del Garante della privacy alla pubblicazione su siti e quotidiani dell'informativa riguardante un progetto di ricerca epidemiologica che prevede lo scambio di dati personali tra il Ministero della difesa e l'Istituto superiore di sanità di oltre 130.000 militari impegnati in Bosnia-Erzegovina e nel Kosovo tra il 1995 e il 2004, e di un campione di altri militari mai impegnati in teatri operativi all'estero nello stesso periodo. Lo si apprende dalla newsletter del Garante della privacy.

"L'obiettivo del progetto è di valutare se la permanenza nei Balcani dove è stato fatto uso di munizioni ad uranio impoverito, abbia avuto dirette conseguenze sullo stato di salute dei soldati impegnati nelle missioni di pace in quei territori, in particolare riguardo all'incidenza di tumori". "Il progetto – si legge nella newsletter - prevede che il ministero della Difesa fornisca i dati personali dei militari (nome, cognome, data di nascita, forza armata, grado e reparto di appartenenza …) all'Istituto superiore di sanità, che li incrocerà con quelli contenuti nella banca dati nazionale delle cause di morte dell'Istat e con la banca dati delle schede di dimissioni ospedaliere messa a disposizione dal ministero della Salute".

Il provvedimento, di cui è relatore Mauro Paissan, rompe il silenzio sceso sulle vittime della "sindrome dei Balcani" quella lunga serie di malattie, per lo più linfomi di Hodgkin e altre forme di cancro, che hanno colpito i soldati italiani al ritorno dalle missioni di pace internazionale per il contatto con l’uranio impoverito. I primi casi segnalati in Italia risalgono al 1999 quando un soldato cagliaritano (Salvatore Vacca) morì di leucemia al ritorno della missione militare in Bosnia. Lunga è la lista di associazioni di tutela dei militari che sostengono i giovani soldati italiani che, a loro spese, sono in cura per aver sviluppato forme tumorali dopo aver prestato servizio in determinate zone di guerra.

Da quando lo scandalo di quello che gli americani chiamano dal ’91 “metallo del disonore” è scoppiato nell'inverno 2000-2001, secondo il bilancio ufficiale del ministero della Difesa, le morti riconducibili all’esposizione di uranio impoverito, sarebbero più di 70 e i malati oltre 300. Uranio nei proiettili, uranio nelle mine e per blindare i carri armati. Uranio per la costruzione di elicotteri. Nessun freno, nessuna misura protettiva, nessun controllo. E soprattutto nessuna informazione.

Emblematico a distanza di pochi anni il destino dei 14 uomini della squadra Vulcano, predisposta ad un’operazione di bonifica in Kosovo nel 1996: otto si ammalano, due muoiono di tumore, altri due mettono al mondo figli con gravi malformazioni, scoprendo da esami successivi che anche il liquido seminale può trasformarsi in agente contaminante. Usato massicciamente nella guerra del Golfo nel ’91, gli effetti nocivi dell’uranio impoverito sono legati alla sua incorporazione all’interno dell’organismo, che può avvenire generalmente per ingestione e per inalazione. Nel caso militare, esiste anche una terza via: i frammenti di proiettile depositati all’interno dell’organismo. I residui sono responsabili di numerosi casi di aborti, malformazioni nei neonati, leucemie ed altri tumori.


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