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Una società di anziani tiene in scacco noi tutti. Perché non giocare la carta del voto plurimo?

Il tempo della diagnosi è finito, scrivono oramai con cadenza quasi giornaliera demografi e opinionisti vari, per poi indicare una serie di ricette nel tentativo di superare, da subito, l’inverno demografico, ricette condivisibili la cui praticabilità economica si scontra però contro la granitica ostilità di quella fetta della popolazione che avrebbe solo da perdere da una redistribuzione delle risorse a favore di politiche a supporto della natalità e della famiglia (l’Istat ci informa che al 1° gennaio 2016 il 28% della popolazione residente in Italia è costituita da over sessantenni, dato destinato a crescere).

Come rendere allora meno rilevanti le resistenze di quel segmento sociale? Ad esempio, dando rappresentanza politica a chi finora non l’hai mai avuta, vale a dire la galassia dei minorenni.

L’idea di concedere il voto plurimo ai genitori di minorenni circolò per la prima volta in Europa in terra tedesca nei primi anni del Novecento, poi divenne oggetto di dibattito all’Assemblea nazionale francese negli anni Venti. In Germania la discussione si è riaccesa a partire dagli anni Settanta. Nel 2003 e nel 2008 il Bundestag ha votato e rifiutato la proposta di introdurre il Kinderwahlrecht. Nel 2012 l’ex giudice costituzionale tedesco nonché ex consigliere di Angela Merkel, Paul Kirchhof, rilanciava l’idea nel suo libro Deutschland im Schuldensog (La Germania nel gorgo dei debiti).

Il Parlamento europeo, nel febbraio 2008, ha approvato, a larga maggioranza, una risoluzione sul futuro demografico dell’Europa in cui si legge "che il problema centrale, in una società sempre più anziana, è la questione della rappresentanza politica dei minori, che rappresentano il futuro comune, e quindi politico, della comunità, i quali attualmente non hanno alcuna voce e peso sul piano delle decisioni". 

Ma il dibattito sulla concessione del diritto di voto ai minorenni ha attraversato anche gli oceani se è vero come è vero che ha assunto da tempo l’espressione di Demeny voting, dal nome del demografo, già docente negli Stati Uniti, Paul Demeny (che lanciò l’idea del voto plurimo ai genitori di minorenni nel 1986) e che da alcuni anni anche in Giappone il problema è stato posto dal Centre for Intergenerational Studies della Hitotsubashi University.

Dalle nostre parti già Antonio Rosmini teorizzava il diritto del pater familias di votare in rappresentanza dei figli.

Recentemente l’idea del voto plurimo è stata fatta propria da Paolo Balduzzi e Alessandro Rosina, docenti rispettivamente di demografia e scienze delle finanze. Quest’ultimo ha anche avanzato l’idea di ponderare il voto alle aspettative di vita residua: minore speranza di vita hai davanti a te, minori conseguenze subirai delle scelte elettorali che hai fatto e quindi il tuo voto meno deve contare.

Come potrebbe funzionare il voto plurimo? Conferendo ad esempio, suggeriscono alcuni, mezzo voto a genitore per figlio (un voto intero in presenza di un solo genitore o di che ne fa le veci).

Varie sono ovviamente le obiezioni. La prima: il voto plurimo è incostituzionale. Bene, se si ritiene che sia giusto introdurlo nel nostro ordinamento, nulla vieta che si modifichi l’art. 48 della Carta in questa direzione.

Seconda obiezione: il voto plurimo non risponde a un principio di giustizia politica ma di giustizia sociale e/o di lotta intergenerazionale. I nostri vecchi tardano a lasciarci (e chi può compatirli?) e non intendono mollare la malavogliana roba. Il voto plurimo non è quindi diritto democratico ma strumento, cavallo di Troia per espugnare la cittadella e riprendersi il bottino. Ora, l’aspetto della convenienza nella proposta di introdurre il voto plurimo è indubbia (se, restando all’Italia, i neogenitori fossero destinatari di un profluvio di assegni familiari, sgravi fiscali e bonus bebè e si trovassero asili pubblici ad ogni angolo di strada l’idea del voto plurimo non sarebbe venuta in mente a nessuno). Eppure, quell’aspetto si incontra certamente con un altro, quello del diritto alla rappresentanza politica di una quota non piccola della popolazione italiana, portatrice, non meno dei maggiorenni, di esigenze ed interessi. Se così è, se i minorenni non possono essere considerati politicamente figli di un Dio minore, a chi affidarne la rappresentanza se non ai genitori o ai tutori legali? Se nessuno contesta ai genitori il diritto e il dovere di farsi carico di beni ben più rilevanti, come la salute e l’educazione della prole, come negare loro la rappresentanza politica dei figli?

Ultima obiezione, forse la più sensata: siamo una società di anziani, ovviamente votanti, che tiene in scacco il parlamento.

Verissimo, eppure il Pd ai tempi di Veltroni per cercare di svecchiare l’elettorato aveva proposto di estendere il voto alle elezioni amministrative ai cittadini sedicenni e agli extracomunitari residenti da almeno cinque anni; più recentemente Sacconi ha presentato un disegno di legge costituzionale per istituire il voto plurimo; i cinque stellati hanno poi nei giovani il loro nerbo elettorale.

In tanto discutere di aggiornare la nostra Carta, perché allora non mettere mano all’articolo 48?

 

Foto: petitsvieuxdepaname

Questo articolo è stato pubblicato qui

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