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Né «enfasi» né «riprovazione». Il neoliberismo thatcheriano come banale increspatura della Storia

Certo, la simpatia degli autori del volume collettaneo (Margaret Thatcher. Leadership e libertà, Historica, 2017) nei confronti, come recita il risvolto di copertina, della «donna straordinaria» che «prese di petto la spesa pubblica, l’inflazione e i sindacati» è esplicita. Cionondimeno, le zone d’ombra non sono dissimulate al lettore. Come quelle, ad esempio, che, insieme alle luci, caratterizzarono le privatizzazioni (p. 37).

Più in generale, osserva Cosimo Magazzino, le scelte thatcheriane risultarono «divisive» e «a breve ebbero un impatto “distruttivo” in termini di aumentate disoccupazione e disuguaglianza, ma […] nel medio periodo “crearono” ricchezza e mutarono volto al Paese» (p. 39).

Ma cosa ci dicono i dati? Che in Gran Bretagna la diseguaglianza, secondo il coefficiente di Gini, cresce dallo 0,309, del 1985, allo 0,355 del 1990 (dati Ocse); la spesa sociale diminuisce, da un 15,6% del Pil nel 1980, ad un 15,2% del 1990; la disoccupazione, nello stesso periodo, aumenta dal 5 a quasi il 7% (sempre dati Ocse).

Certo, gli estimatori della Thatcher possono aggiungere che nel 1990 il Pil procapite inglese è aumentato di circa il 30% rispetto al 1981 (facendo meglio di Francia e Germania ma non dell’Italia) e che dopo una prima fase recessiva, frutto inevitabile e previsto della politica monetaria restrittiva, nella seconda metà degli anni Ottanta il tasso di disoccupazione registra una flessione marcata. Nel 1985, infatti, era all’11%.

E quindi? Quindi il dibattito è tuttora aperto, spesso rovente, e segnato anche da riflessioni come quella dell’insigne studioso nonché fustigatore delle diseguaglianze, Thomas Piketty che, sorprendentemente, nel suo monumentale e celeberrimo Il Capitale nel XXI secolo liquida il «neoliberismo» thatcheriano e reaganiano come un’increspatura, quasi insignificante, della storia novecentesca :«dagli anni cinquanta agli anni settanta – scrive l’economista parigino - i paesi anglosassoni sono stati raggiunti in tempi molto rapidi dai paesi che avevano perso la guerra. Alla fine degli anni settanta, negli Stati Uniti, le copertine dei settimanali non facevano altro che denunciare il declino americano e il successo delle industrie tedesche e giapponesi. In quel periodo nel Regno Unito, il Pil pro capite scende al di sotto di quello della Germania, della Francia e del Giappone, persino dell’Italia. È lecito pensare che la sgradevole sensazione dell’avvenuto riaggancio - o persino del superamento, nel caso della Gran Bretagna - abbia svolto un ruolo importante nell’affermazione della “rivoluzione conservatrice”. Prima Thatcher nel Regno Unito, poi Reagan negli Stati Uniti promettono di rimettere in discussione quel welfare state che ha depresso gli imprenditori anglosassoni e optano per un ritorno al capitalismo puro del XIX secolo, ritorno che consentirebbe al Regno Unito e agli Stati Uniti di riprendere il sopravvento. […] In realtà, il processo neoliberista inauguratosi intorno al 1980, così come il processo“ statalista” inauguratosi nel 1945, non meritano né un eccesso di enfasi né un eccesso di riprovazione. È probabile che la Francia, la Germania e il Giappone avrebbero recuperato il ritardo nella crescita, crollata negli anni 1914-45, a prescindere dalle politiche economiche seguite, o quasi. Tutt’al più, si può dire che l’intervento dello Stato non abbia nuociuto. Così come, una volta riagganciati gli standard mondiali, non deve affatto sorprendere che questi paesi abbiano smesso di crescere più in fretta dei paesi anglosassoni, e che tutti i tassi di crescita si siano allineati. […] In linea di massima, le politiche neoliberiste non sembrano aver condizionato molto una realtà invero piuttosto semplice, né verso un rialzo né verso un ribasso» (pp. 156-7).

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