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Una politica che sfiducia sempre di più i cittadini

Partiti, movimenti politici e sfiducia dei cittadini: che fare?

Il nostro assetto democratico, sistema “politico” per definizione, mutevole e vulnerabile al minimo cambiamento economico-sociale, oggi come già in passato, anche se con sfumature diverse, è alle prese con un pressante problema, non solo di carattere contingente.

La problematica altresì è di importanza vitale, poiché dalla risposta che si saprà dare ad essa dipenderà la qualità del rapporto governanti-cittadini, sempre più sbiadito e ingessato da un politichese autocelebrativo, avulso dai reali drammi e problemi materiali che la classe politica sarebbe chiamata a risolvere.

Si avverte pertanto come improcastinabile il bisogno di rivitalizzare i canali di rappresentanza con nuova linfa, e quindi riconnettere la rappresentanza, affidata alla classe politica sic et simpliciter, alla partecipazione, quella dei cittadini, non episodica e legata a calcoli, promesse e scadenze elettorali, ma distribuita sui vari livelli, economico, familiare, istituzionale e scolastico nell’arco di 365 giorni.

Le problematiche descritte non sono meccaniche e meramente contingenti, né risolvibili solo con una revironment di ingegneria istituzionale o con un diverso metodo di procacciare voti e alimentare il consenso nell’arco del mandato elettorale. Richiamando l’illuminante frase del principe Salina nel Gattopardo "Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi", emerge chiaramente che trucchi di tale genere non possono più funzionare nell’odierno tessuto sociale sfaldato e anestetizzato dalla sfiducia.

Nella quotidianeità cittadina, come nello scenario nazionale, è ancora più necessario lo sviluppo e la maturazione di una coscienza civica nuova: è utile infatti cercare di convogliare quel potere ascendente che permea varie “sfere della società civile” troppo spesso rimasto senza una voce, o creare una cinghia di trasmissione delle sue istanze o idee, come lucidamente Bobbio preconizzava in uno dei suoi scritti.

Canalizzare la grande spinta dal basso in nuove forme di governance è stata dapprima una delle motivazioni-sfide che hanno dato vita al movimento di patto democratico; in seguito è divenuto un grande obiettivo a medio-lungo termine che il risultato elettorale e l’entusiasmo scaturitone hanno concretizzato e rinvigorito.

Insomma rompere con un modo di fare politica tradizionale, che seppur fosse rafforzato e premiato dai grandi numeri, vedrebbe però notevolmente ridimensionata la qualità della democrazia rappresentativa, oscillante tra il disincanto e la sfiducia degli elettori. La retorica dell’”empowerment”, che sta ad indicare la necessità di coinvolgere la popolazione nei processi decisionali dopo aver ascoltato i suoi bisogni è il criterio guida di tale movimento.

La predisposizione di un “think tank” seppur embrionale, ovvero uno spazio aperto dove ognuno può contribuire con le proprie idee e la creazione di macro-aree tematiche, sono altresì gli strumenti per leggere, monitorare e focalizzare i problemi in una nuova ottica.

Contribuire a creare cittadini critici, informati, ma anche partecipi e dialoganti, in modo da combinare i virtuosismi presenti nella società civile e la capacità e voglia di bene amministrare degli iscritti e simpatizzanti, l’approdo e il traguardo da raggiungere. Tanti piccoli alberi sono stati piantati, molti semi sparsi, aspettiamo che cresca una rigogliosa e forte foresta.

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