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 Home page > Tribuna Libera > Un minuto, vedo se c’è

Un minuto, vedo se c’è

Ecco il tempo in cui viviamo ed ecco i segni che lo contraddistinguono: giornali e padroni di testate, siano esse di carta stampata o semplici sistemi di trasmissione, si sono costruiti un potere il cui valore (o disvalore sociale) ha una ricaduta inimmaginabile. Con effetti a valanga sul piano politico, percettivo ed etico impensabili fino a qualche decennio fa. Quando vigeva ancora la classica divisione marxiana delle classi sociali e l’umanità stava tutta o tra gli sfruttati o tra gli sfruttatori.

In quest’epoca di internauti e della falsa comunicazione, senza che la cosa appaia come un paradosso, gli uomini stanno tra di loro come in un’equazione, cioè un’uguaglianza di due rapporti. Coloro che devono chiedere e quegli altri, sempre meno, che devono decidere se dare o meno. Sia pure una risposta. È il caso, ad esempio, di quelli che si negano al telefono. Non è una questione banale. L’esserci, il non esserci, il fingere la prima cosa o la seconda attiene a un falso che riguarda la propria identità.

In questo nostro Paese, se ci fate caso, sono sempre di più quelli che negano di esserci, e sempre di più gli altri che gridano che ci sono. E l’espressione che tradisce tale falso è data dalla formula “Un minuto che vedo se c’è”. State tranquilli che l’espressione è studiata apposta perché il possibile interlocutore decida se trova più conveniente avere un dialogo con chi glielo richiede, o no. Se ci fosse una scuola seria dell’apprendimento dei sistemi della comunicazione sociale, che non nega mai niente e nessuno, ma si pone come costruttiva di relazioni e risolutrice di problemi o di conflitti, questa scuola sarebbe altamente produttiva. Non sarebbe fondata sull’esclusione, sul potere o sulla sua negazione. Ma sulla crescita collettiva.

Una scuola siffatta non esiste, né nelle piccole aziende, né tanto meno in quelle grandi. Singoli e popolazioni intere apprendono da pochi smidollati le tecniche più banali dell’esclusione. Resistere alla tentazione di risolvere le cose con un semplice atto negativo è molto più semplice di dire la verità e costruire un futuro a misura di uomo. Negarsi ("vedo se c’è") è un alibi infantile che tradisce la propria pochezza e alla fin dei conti quel piccolo potere che ciascuno pensa di avere, ma che non vale nulla. Negarsi denuncia sempre un vuoto, una vacuità. Il non dare senso alla propria esistenza.

 

Foto: Seattle Municipal Archive/Flickr

Questo articolo è stato pubblicato qui

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