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Un campo da calcio di nome Mongolia

Un campo da calcio di nome Mongolia

La Mongolia è il luogo perfetto per dimenticare il calcio.
Lo dico da milanista fazioso, feroce, tanto antiberlusconiano quanto anti-interista, reduce da un anno calcistico rovinoso, sciagurato, assurdo e doloroso.

Il Paese è 179esimo nel ranking Fifa (su 203 iscritti), al pari del Belize, giusto un po’ meglio delle Isole Cook ma drammaticamente sotto le Seychelles e Samoa.
La Mongolian Football Federation è stata fondata nel 1958, ma dal 1960 al 1998 la nazionale non ha giocato nessuna partita ufficiale.

Poi si è affiliata alla Federazione Internazionale e da allora ha vinto solo sette volte contro tre sole squadre: Guam, Macao e le Isole Marianne Settentrionali.

Non solo: contro la nazionale di Guam è riuscita pure a perdere una volta. Per la cronaca, Guam è l’isola del Pacifico dove nel 1972 venne ritrovato un soldato giapponese ignaro della fine della seconda guerra mondiale: 178mila abitanti e 195esima posizione nel ranking Fifa.

Eppure – incoraggiato forse dal fatto che gli unici due bambini che ho visto sotto casa mia a Ulan Bator con una maglia di calcio indossavano quella rossonera – due calci al pallone li ho pure tirati. Nulla di strano: la Mongolia “è” un gigantesco campo di football. Da occidente a oriente, un prato infinito che farebbe la gioia di qualsiasi ragazzino delle nostre parti.

C’è solo un piccolo “ma”: qui del calcio non gliene frega niente a nessuno.
Perché? Ariukaa, una amica della capitale, tira in ballo l’individualismo della sua gente.

“Ai mongoli non piacciono gli sport di squadra. Ci interessano solo quelli di forza, destrezza e soprattutto individuali”. E già. Qui vanno per la maggiore la lotta, il tiro con l’arco e la corsa dei cavalli. Vedere per credere il Naadam, il festival di luglio che coinvolge l’intera nazione.

E in questo genere di sport, gli eredi di Gengis riescono pure ad uscire dai confini: lo sapete per esempio che alcuni dei migliori campioni di sumo - la tradizionale lotta fra “ciccioni” giapponesi – sono mongoli?

Anche nello sport c’è quindi una linea di demarcazione tra nomadi e stanziali. “Noi” – abituati alle fatiche collettive dell’agricoltura, dell’irrigazione e poi dell’industria – vediamo un prato verde come qualcosa su cui produrre attraverso il lavoro di squadra; “loro” – figli dell’allevamento estensivo, con la densità di popolazione minore al mondo (1.75 ab./km²) – come uno spazio da percorrere o su cui operare in perfetta solitudine.

Ma torniamo alla mia partita, notevole perché avvenuta nel posto forse più assurdo al mondo. Siamo nella taiga al confine tra il Khövsgöl Aimag – la provincia più settentrionale del Paese – e la repubblica russa di Tuva. Siamo a circa mille chilometri e quattro giorni di viaggio (pullman, jeep e poi cavallo) dalla capitale, in uno degli accampamenti primaverili degli tsaatan, il popolo di nomadi allevatori di renne: 200 persone o giù di lì, a 2mila metri d’altezza.

Qui, i giovani del villaggio hanno costruito un canestro di legno. Giocano a basket uno contro uno (al massimo due) con le seguenti regole: chi ha il pallone non è tenuto a farlo rimbalzare, sgomita e spinge fin sotto il canestro e poi prova a cacciarlo dentro. Vince il più grosso o il più alto.
Oggi gli è venuta voglia di farlo con i piedi. Mettono i pali di sassi e ceppi di legno e si comincia, con il sottoscritto ospite d’onore. Giochiamo in ciabatte.

Capisco subito che sono i calciatori più scarsi del mondo. Il pallone (semisgonfio) schizza impazzito da tutte le parti perché chi se lo trova tra i piedi gli tira un calcione nella direzione in cui più o meno sta la porta avversaria e buona notte.
Il paròn Rocco si sarebbe commosso: “Tuto quel che se movi su l’erba daghe, se xe ‘l balon pazienza”.

Provo un lancio filtrante ma niente da fare. Il mio compagno di squadra proprio non se l’aspetta, non capisce come mai non punti dritto come un fuso verso la porta travolgendo tutto quello che trovo e sperando che la palla filtri.

Allora decido di fare da solo. Basta una finta e quelli vanno a farfalle, se poi fai un dribbling e riesci a evitare il calcione fuori tempo, la via del gol è spalancata. Sono pure piccoletti e magri, ’sti tsaatan (i mongoli no, quelli sono dei tronchi d’albero), se proteggo il pallone con il mio corpo mi rimbalzano addosso e si sfracellano al suolo.

Si arriva ai dieci, vinciamo, facciamo pure la rivincita, vinciamo ancora. Segno sette gol nella prima e credo sei nella seconda. Alla fine, preso dal delirio di onnipotenza, mi fermo in campo per insegnare ai ragazzini come si fa il colpo di testa: “Con la fronte! No, non con la nuca… tieni giù le mani, legatele dietro alla schiena!”

Poi riguardo le foto che Zaya ci ha scattato mentre schivavamo sassi, ceppi di legno, arbusti e cacche di renna. L’unico con lo sguardo assassino di Pippo Inzaghi sono io, degli altri si vedono solo i denti: ridono, ridono e ancora ridono. In effetti, ora che ci penso, la colonna sonora della partita è stata un’unica lunga sghignazzata. Si sono divertiti da pazzi, ridevano mentre tiravano calcioni senza senso, ridevano mentre prendevano un gol. Vuoi vedere che quello ridicolo alla fine ero io, preso nell’orgasmo agonistico e ultracompetitivo?

Ritorno a Ulan Bator, sono con Ariukaa all’Irish pub. I Mondiali sono iniziati e tutti i locali del centro hanno gli schermi piatti accesi. I camerieri girano tra i tavoli con i colori dei diversi Paesi pitturati sulle guance, qua e là qualche maglietta delle nazionali.

Oddio – penso – ecco la globalizzazione che avanza, il luogo in cui i nomadi perdono la loro identità e diventano stanziali, complice l’infame baraccone calcistico e la sindrome da bar sport. Fine della biodiversità, sciagura, la narrazione unica che avanza.

“Sono contenta di essere rimasta in città – dice lei – succedono tante cose e poi ci sono i Mondiali“.

Tracollo: “Ma scusa, chettenefrega a te dei Mondiali?”, faccio indispettito.
“Assolutamente niente, però è un evento. E’ una cosa divertente“.

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