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Twitter-mania: anti-sociale e classista?

Un rilancio con i fiocchi più che annunciato, onde rintuzzare il poco velato affondo di Facebook nel settore (redesign, partnership con Cnn.com, etc.).

Ma non sono tutte rose e fiori. Anzi. Il boom d’utenza amplifica le prevedibili magagne tecniche, dai server già spesso collassati al rifiorire di worms, virus e spam, per non parlare delle pesanti pressioni economiche di giganti alla Google, visto che Twitter è ancora in rosso e di efficaci business plan non se ne parla. E il fatto non irrisorio che un Twittter per le super-masse tende tagliar fuori la cruciale base geek: "Anyone thinking of Twitter as something useful in business or in journalism is going to be kind of put off by this".


Ma è proprio rispetto a questa (inevitabile?) massificazione che sorge la questione più importante: se un po’ tutti si danno al tipico "ego stream" rappresentato da Twitter, come potrà la cyber-elite distinguersi? Come salvaguardare l’individualismo sfrenato in un ammasso di tweets caotico, inquinato e inquinante, peggiore delle odierne metropoli reali? Pur volendo limitare il "follow", diventa impossibile conservare quell’ambiente quasi intimo e sbarazzino condiviso finora con gli amici, pochi o tanti che fossero ma pur sempre amici. Chissà, sempre più utenti chiederanno il permesso preventivo per essere seguiti o semplicemente ignoreranno e negheranno le richieste (come accade d’altronde sempre più frequentemente anche su Facebook), con tutte le conseguenze "sociali" del caso. Qualcosa di più del semplice rumore di fondo, su cui riflette in parte anche un editoriale di The New York Times Magazine di domenica scorsa.

Citando il recente intervento di Bruce Sterling ala manifestazione South by Southwest di Austin, Texas emerge che nel mix di tali dinamiche va considerata pure la "dipendenza da connessione" che contraddistingue le masse affette da povertà economica: “Poor folk love their cellphones!”, ha urlato Mr. Sterling. In contrasto, i ricchi preferiscono solitudine o pochi amici, massimo rispetto della privacy, circondati da libri e quadri e vinile, oggetti tangibili, originali, impossibii da copiare e inattaccabili dal tempo. Bruce sa bene di cosa parla, visto il suo affermato status da cyber-elite e fa presto a lanciare la "provocazione" a noi poveri mortali sempre fissati con gli SMS o, appunto, seguaci en masse di Twitter. Ma la questione rimane: molti sono ormai ’addicted’ e pur volendo non riescono a disintossicarsi da questo ’ego stream’ ininterrotto. E ora dovrebbero condividerlo perfino con orde di ’ego stream’ altrui?!

Ecco perchè, conclude l’editoriale, Twitter è una trappola dorata da cui è e sarà sempre più difficile uscire, una volta finitoci dentro. Difficoltà ora aumentata a dismisura per via dell’effetto Oprah-Kutchner di cui sopra. Certo l’ego gioca sempre brutti scherzi, online forse ancora di più. E chi non fa parte di una qualche facoltosa elite, meglio lasci perdere del tutto. Anche su Internet, dunque, ego e ricchezza da una parte e masse dall’altra. Chi l’avrebbe mai detto?

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