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Turchia: il Sultano senza freni

Senza alcun timore Erdogan sta rendendo le carceri un’industria redditizia, affollate come sono di magistrati e giornalisti, d’intellettuali e politici, ma anche di artisti e militari. Parte dell’intellighenzia turca soggiorna nelle galere, essendo stati liberati 38mila posti dai detenuti comuni con l’indulto del post tentato golpe, in gran parte nelle 118 strutture penitenziarie più grandi, collocate nelle periferie delle grandi città, con ospedali, moschee, supermercati, campi sportivi e alloggi per le guardie, oltre ai tribunali che sono andati a sostituire i 187 carceri chiusi negli ultimi dieci anni.

La chiusura dei carceri, come quello di Bakırköy, hanno l’obbiettivo di una riqualificazione urbana, liberando i terreni occupati dalla prigione per far spazio a progetti immobiliari proposti da imprenditori vicini al governo, ma anche per portare la popolazione carceraria a 250mila detenuti entro la fine del 2017.

Un modello carcerario ispirato dagli Stati Uniti, delle città penitenziarie dove raggruppare diverse strutture detentive e tutto il necessario per la vita delle guardie e delle loro famiglie, sradicando il detenuto dal suo contesto, rendendo per le famiglie meno ambienti o addirittura povere difficile far visita al loro congiunto detenuto in un luogo lontano dalle città.

Un’ulteriore pena inflitta anche alle guardie che si vedono costrette ad una vita inglobata nel solo ed unico ruolo professionale, lontano da ogni dialogo e confronto con la società e le sue differenti persone che la compongono, ma in compenso queste strutture si avvicineranno agli standard internazionali e la loro realizzazione arricchirà le aziende che operano nel settore dell’edilizia pubblica.

Inoltre dal 2015 oltre 40mila detenuti sono stati impiegati in diverse attività, anche questo preso in prestito dal modello carcerario statunitense, dalla confezione di uniformi all’allevamento di bovini, alla stampa di documenti amministrativi.

Manodopera a buon mercato, con tutele inesistenti, contribuendo alla crescita del Pil turco e aprendo all’inserimento di un liberalismo selvaggio, dove il lavoratore può anche essere affittato ad aziende private per capi di sartoria o lenzuola, trasformando il penitenziario da soggiorno ozioso in luogo di produzione forse non tanto dissimile dalla visione chapliniana del lavoro frenetico e continuo di “Tempi Moderni”.

L’Unione europea, nonostante il rinnovamento delle strutture penitenziarie e di queste fabbriche che contribuiscono alla crescita turca, sembra preoccupata per incarcerazioni troppo disinvolte praticate da Erdogan nei confronti di ogni possibile sospettato di non pensare al bene della Turchia che fino ad ora si erano “limitate” a giornalisti e curdi, oltre che ai sedicenti golpisti, ma con l’arresto di alcuni parlamentari del partito filo-curdo HDP l'Unione si è sentita in dovere di stigmatizzare in un comunicato che gli arresti "compromettono la democrazia parlamentare in Turchia".

Tra le vittime dell'arroganza paranoica e protesa verso un presidenzialismo esasperato di Erdogan c'è anche la scrittrice Ash Erdogan, arrestata nella sua casa la notte del 16 agosto al 17, accusata di terrorismo solo per la sua collaborazione al giornale Guden Ozgun, per dar voce alle rivendicazioni dei curdi.

Giro di vite dopo giro, ritornando alle assonanze di carcere come fabbrica, le libertà continuano ad essere ulteriormente ridotte e il sultano Erdogan sta trasformando un governo autoritario, ma democraticamente eletto, in una forma di dittatura elettiva, mentre l’Occidente non può andare oltre generici comunicati di protesta, perché la Turchia, comunque sia, è importante per l’Europa come per Stati uniti nello scacchiere internazionale.

La Nato ha delle basi in Turchia e l’Unione europea conta su Erdogan per bloccare e filtrare la migrazione e finché l’Occidente non troverà un nuovo assetto geopolitico, e si riappacificherà con la Russia, potrà solo fare dei generici comunicati di disapprovazione sul rispetto dei Diritti umani o tutta al più del sarcasmo verso le sollecitazioni "poetiche" di un ministro del Sultano alle madri turche di cantare delle ninne nanne per celebrare le gesta di Erdogan impegnato a portare, entro il 2071, il paese della mezza luna alla grandezza pari, se non superiore, a quella conquistata con la battaglia di Manzikert, tra gli ottomani e l’occidente, per la terra che un giorno sarebbe diventata la moderna Turchia.

Erdogan, tra incarcerazioni e nenie, si prepara a cancellare la repubblica turca, mentre l’Ue rimane ostaggio dell’accordo sui profughi, confidando sulla possibilità di trovare i voti necessari per fare approvare una riforma in senso presidenzialista da sottoporre a referendum popolare.

Madri che intonano epiche nenie sulla traccia dell’Ariosto “Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, / le cortesie, l’audaci imprese io canto, / che furo al tempo che passaro i Mori….” (Orlando Furioso), per trasformare un nazionalismo laico in islamico, per preparare la Turchia ad un governare dittatorialmente eletto.

 

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