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di romo (sito) venerdì 22 maggio 2009 - 12 commenti oknotizie
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Tre domande (e più) a Paolo Barnard

Paolo Barnard è un giornalista che ha lavorato in RAI per circa quindici anni. E’ uno dei fondatori del programma Report, ha lavorato come corrispondente dall’estero per i più importanti quotidiani Italiani e negli ultimi anni ha scritto diversi libri tra cui: "Perché ci odiano", libro cosidetto "scomodo", considerato dallo stesso autore come uno dei libri più censurati della saggistica italiana.

Non aggiungo altro perchè l’intervista parla da sé. Buona lettura.

Ciao Paolo, io collaboro con AgoraVox, un sito di giornalismo partecipativo. Conosci questa nuova forma di Giornalismo? Che opinione hai a riguardo? Secondo te può servire realmente a creare un nuovo modo di informarsi per il cittadino?
 
Non ne sono un conoscitore, per cui preferisco non avventurarmi in giudizi perentori. Posso solo dire che il giornalismo richiede delle capacità e dei mezzi che sono indispensabili, e che il professionista (in teoria) possiede. Temo che coloro che si lanciano nel modello partecipativo non sempre posseggano quelle prerogative, e questo può rivelarsi fin drammatico. La Rete infatti esprime oggi ampie fasce di informazione del tutto inadeguata e inaffidabile.

Qual è secondo te lo stato di salute del giornalismo in Italia?
 
Non c’è uno stato di salute. E’ morto e decomposto da tempi immemorabili. Ti copio qui ciò che ho già scritto in proposito:
 
“Il mestiere del giornalista, in Italia più che altrove, è anch’esso male interpretato. La più bella definizione di cosa significhi fare il nostro mestiere l’ho sentita anni fa da una giornalista straordinaria, l’israeliana ebrea Amira Hass. Disse: “Il nostro compito principale è di monitorare le fonti del potere”. Semplice e cristallino.
 Monitorare le fonti del potere significa scandagliarne quattro primariamente: le tre della notissima suddivisione di Montesquieuesecutivo, legislativo e giudiziario – e l’ultimo arrivato, il quarto potere, cioè proprio l’informazione. Per fare ciò, il giornalista necessita di una dote sopra a tutte: saper essere un professionista solo. Significa essere un libero battitore, capace di guardare e se necessario criticare a 360 gradi tutto e chiunque, e cioè gli sconosciuti e i distanti, ma anche i conosciuti e i compagni di strada. In particolare questi ultimi, perché è proprio all’interno del proprio cortile di casa (o ‘parrocchia’) che spesso si annidano i misfatti più difficili da snidare. Ne consegue appunto che il giornalista non deve mai far comunella con alcuno, con i politici, con i magistrati, con i colleghi ecc., e deve tenersi da tutti a debita distanza".
 
"Invece in questo Paese la norma è che i giornalisti facciano ‘parrocchia’ con altri ‘compagni di merenda’, che siano visti a cena con legislatori, in vacanza con industriali o con giudici, allo stadio con amministratori pubblici, ai dibattiti a braccetto coi magistrati, ai convegni coi banchieri, e che se ne vantino. Capita in Italia di vedere dilagare la banda dei quattro col comico, il politico, il cronista e il manager occulto che fanno e disfano mischiando deplorevolmente giornalismo, politica, attivismo, business, manipolazione di massa col codazzo di altri volenterosi giornalisti; capita che un direttore di giornale si vanti dell’amicizia personale con l’ex presidente del Senato grazie alla cui firma il suo quotidiano esiste, in un incredibile conflitto d’interessi; capita che la nota firma di prestigio saltelli con disinvoltura dentro e fuori dai poteri che dovrebbe monitorare, parte PR man-manager-affarista, parte diplomatico-lacché di potente famiglia, e poi di nuovo giornalista, tutto in uno; capita che giornalisti e magistrati si abbraccino a tal punto da sfondare nell’ambito del movimentismo, quasi ci si aspetta di vederli fare picchetti e volantinaggio di fronte ai palazzi di Giustizia. Alla faccia dei checks and balances che la tradizione anglosassone ci ha così opportunamente tramandato. Essere ‘compagni di merenda’, gemelli combattenti, amici degli amici, cordata di colleghi, commilitoni addirittura, è la norma qui da noi nel giornalismo".

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