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Teatro: la Lenz Rifrazioni si confronta con la malattia psichiatrica

Nel 1997 la compagnia teatrale di Parma Lenz Rifrazioni prende coraggio e decide di confrontarsi con la malattia psichiatrica e quanto di oscuro si cela dietro questi aspetti mentali, di linguaggio e di personalità.

Inizia un lavoro complesso e che non potrà mai essere considerato definitivo. Era forse destino per una compagnia che si ispira fra gli altri al poeta schizofrenico Holderlin dover indagare come l'arte trafigga la mente dei folli e come venga restituita al pubblico.

Maria Federica Maestri, cofondatrice di Lenz Rifrazioni, ha immediatamente una intuizione felice nel definire la loro complessa attività: un racconto psichico realizzato con cervelli aperti. Vengono in mente certe autorappresentazioni dei malati con la calotta cranica aperta, libera all’aria, o le xilografie medievali di medici che trapanano la testa dei malati nella speranza di far fuoriuscire chissà quale vapore o liquido della follia.

Una produzione creativa diversa, che sorprende Lenz Rifrazioni fin dalle prime prove. Lo spettacolo è veicolo di emozioni e ci fa specchiare con stupore e con meraviglia in ciò che non capiamo, o cadere nel baratro di ciò che temiamo. Lontano dalla morbosità del circo Barnum, ma vicino ad esso nella rappresentazione di una realtà difforme.

Maria Federica Maestri ci racconta come ci si possa ritrovare ad ogni incontro sul baratro della parola delirante in un miscuglio di finta ingenuità, di atteggiamenti remissivi o reazioni improvvise, di fissità farmacologica. Ogni testo è necessariamente una rielaborazione creativa e biografica, un’occasione per affermare la propria identità negata e distorta. I tempi drammaturgici implodono nelle loro menti, e il copione entra in una dimensione psichica e a-temporale con scarni riferimenti specifici.

Hamlet: nella Reggia di Colorno restaurata nel suo splendore manierista, i più anziani fra gli attori vissero gli ultimi momenti delle strutture manicomiali abitando proprio un’ala di questo magnifico palazzo. Ora si muovono recitando la tragedia più famosa del mondo con grugniti sommessi, con urla in falsetto, con toni compassati, con voce monotona. Si tratta di un Amleto vernacolare, vicende della cronaca nera della campagna parmense, un copione che nella vita hanno recitato a loro modo.

Un’operazione mediata e protetta da psichiatri, come è giusto che sia, che produce momenti di consapevolezza, quando al fiorito linguaggio del teatro elisabettiano (pressocché assente per ovvie ragioni) si sostituiscono frasi come “ho fatto delle brutte cose”: una confessione improvvisa nel contesto di una rappresentazione, una situazione che dà voce al tesoro di sentimenti ed esperienze contraddittorie che l’attore ha in sé.

Nulla è imposto. Tutto è coordinato e indirizzato. Quando ovviamente non deraglia, ma è un rischio col quale è necessario fare i conti. Maria Federica Maestri ha nuovamente una definizione felice per questo esperimento lungo più di dieci anni: è per gli attori un percorso dove riconoscere i frammenti del proprio essere e utilizzarli come materiale di ricostruzione della personalità. Sono infatti felici, i matti, di svolgere con indiscutibile talento questa attività che li tiene sospesi in una area indefinita pur nella sofferenza enorme che non li abbandona mai.

La ricerca della sintonia, della fiducia, della pazienza nell’aspettare i loro tempi, sono stati gli strumenti necessari da adoperare per costruire tutto. Riscrivere i copioni su di loro. Oltre ad Hamlet in precedenza la scelta è caduta in modo felice su “La vita è sogno” di Calderòn de la Barca, una vicenda di reclusione, di confusione fra realtà e percezione, giustizia/ingiustizia, pena e riscatto che credo sia ancora più nelle corde degli attori.

La conclusione nelle parole di Maria Federica Maestri: “Gli attori normodotati si danno delle regole per stare sulla scena, un linguaggio e una grammatica creativa. Con i "cervelli aperti" lo stimolo cerebrale non controllato produce esiti di libertà espressiva totalmente al di fuori della convenzione, non ponendo limiti alla grammatica creativa”.

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