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di dejudicibus (sito) lunedì 31 ottobre 2011 - 5 commenti oknotizie
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Sull’immortalità dell’anima

C'è una vita dopo la morte? Probabilmente sono più di centomila anni che l'uomo si pone questa domanda. Il fatto è che non riusciamo a credere che tutto ciò che siamo, i nostri desideri, le nostre paure, i nostri sogni, le nostre idee e soprattutto i nostri sentimenti spariscano con il dissolvimento del corpo fisico. Sappiamo che gli atomi di cui siamo fatti si sono formati nelle stelle e nelle esplosioni di supernove e sappiamo anche che quando moriremo andranno a formare nuovi legami con altri atomi, in una sorta di immortalità panteistica che tuttavia non ci consola del fatto che quello che veramente siamo, ovvero la coscienza che abbiamo di noi stessi, svanisca completamente.

Così abbiamo sviluppato l'idea che qualcosa di noi, la nostra vera essenza, continui a esistere anche dopo che il corpo è morto, e gli abbiamo dato un nome: anima. Tutto quindi nasce dalla nostra difficoltà a pensare che il nostro io possa scomparire. E se invece fosse proprio così? Se in realtà, alla nostra morte, l'unica cosa che resterà di noi non sarà altro la materia di cui siamo fatti, seppure in altre forme?

Prendiamo un quadro: è fatto di tela e di colori, i quali a loro volta sono fatti di pigmenti organici e inorganici, solitamente amalgamati tramite un collante, un olio o un solvente. In pratica un quadro è fatto di materia. Tuttavia un quadro è anche un messaggio, l'espressione del pensiero di un artista, un messaggio che a sua volta si trasforma e si ricompone nella mente di chi osserva il dipinto finendo per rappresentare qualcosa di unico per ognuno di noi.

In pratica, qualcosa di immateriale assume prima una forma materiale attraverso la pittura, quindi genera un insieme di emozioni e di sensazioni in chi si pone di fronte ad esso, creando così qualcos'altro di altrettanto immateriale. Adesso prendiamo quel dipinto e bruciamolo fino a farlo diventare finissima cenere. Tutta la materia di cui era fatto il quadro a quel punto sarà svanita, trasformata in energia, ovvero calore, e nei residui solidi e gasosi della combustione. Che fine hanno fatto allora le emozioni e i pensieri che l'artista vi aveva infuso? E dove quelle che era in grado di produrre in chi si fermava ad ammirarlo? Un quadro ha forse un'anima?

Perché anche in esso c'è molto di più che la materia di cui è formato, eppure dalla sua distruzione non ci aspettiamo altro che cenere e fumo. Lo stesso vale per un libro, che altro non è che carta e inchiostro: se lo brucio, i pensieri, le idee, il pathos che è capace di generare, che fine fanno? Certo, rimangono in chi lo ha letto, ma per quelli che ancora non lo avevano letto? È perso per sempre? Si potrebbe continuare all'infinito.

Il fatto è che nulla è solo davvero materia, perché nell'interagire con noi essa genera pensieri, idee, consapevolezze, le quali a loro volta possono essere infuse in altra materia attraverso forme, colori, sensazioni, suoni. E non parlo solo delle opere dell'ingegno umano, ma anche di un'alba o un tramonto, del frusciare delle foglie al passaggio del vento o del calore del sole che riscalda la pelle. 

L'uomo ha sempre pensato di essere diverso da ciò che lo circondava: prima si è messo al centro dell'universo, poi in cima all'albero della vita, espressione diretta della creazione divina e come tale quindi in qualche modo divino anch'esso, figlio prediletto di un Dio che ha infuso nella materia proprio quell'anima che disperatamente vogliamo credere di avere.

Se tuttavia ci guardiamo intorno e riconosciamo in ciò che circonda molto più della mera materia con cui interagiamo, allora dobbiamo accettare il fatto che anche le idee, i sogni, le speranze e le consapevolezze possano morire, sparire per sempre, proprio come succede quando bruciamo un libro o le nuvole velano il tramonto del sole. Alla fine la luce si spegne e tutto quello che resta è solo oscurità.

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