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Styx: il soccorso in mare tra responsabilità e coscienza

Il problema dell'immigrazione visto dallo sguardo privato di una donna bianca tedesca, benestante, capace nel suo ruolo di medico, 40enne e libera, padrona di sé e della attrezzatissima barca a vela da 12 mt. con cui sola vuole raggiungere l'isola atlantica di Asunciòn a 1600 km. dalla costa africana, in cerca di natura, quasi un paradiso terrestre incontaminato, una vacanza tutta sua.

Nel film dominano le magnifiche immagini del mare a perdita d'occhio, il daffare di Rieke (Susanne Wolff) sulla barca, il governo di essa in una tempesta, le rade comunicazioni con altre imbarcazioni in quello spazio acqueo, la solitudine e la libertà che ha ricercato. Il suo “incontro” è con un barcone immobile che vede in lontananza, scuro e come abbandonato, che non risponde ai suoi messaggi radio; da più vicino sente delle voci disperate, solo un'altra presenza umana vedremo, un ragazzo ca. 14enne che a nuoto raggiunge la sua barca, è Kingsley (Gedion Wekesa Oduor), sfinito, ferito e in ipotermia. Lo accudisce, lo ristabilisce ma, e qui è il senso di tutto il film, nonostante la coscienza e il senso di responsabilità che le parlano, non può avvicinarsi al barcone, altri si butterebbero in mare per aggrapparsi alla piccola barca, e i quei 12 mt. non potrebbero ospitare che pochi altri. Il ragazzo vorrebbe che fosse soccorsa la sua sorellina rimasta là, ma lei non può: non ho risposte per te, non so cosa fare. Dev'essere la stessa osservazione che si sono fatti i deputati del parlamento europeo che hanno assegnato un premio a questo nuovissimo film, premiato alla Berlinale e altrove.

Uguale dubbio ci pone il regista Wolfgang Fischer, che fare, non abbiamo risposte. Rieke è sola e dall'immagine del barcone scuro, forse arenato, emana un'aria di morte e di abbandono, ci sono centinaia di persone. L'Europa, o il mondo c.d. sviluppato, sono piccoli per i milioni di persone che vorrebbero migrarci, perché di migrazioni planetarie si tratta. La fame e le guerre di altre parti del pianeta sono anche causa del nostro “star bene”, però … non sappiamo che fare. Riflessioni simili restano da questo film scarno di parole, asciutto ed essenziale, senza distrazioni rispetto al tema centrale.

I soccorsi che Rieke ha invocato via radio alla guardia costiera arriveranno solo dopo dieci ore, agli uomini dei soccorsi che finalmente arrivano al barcone non resta che la contabilità dei sacchi neri con cui raccolgono i cadaveri. Il pensiero và agli anonimi “pezzi”, die Stücke, dei forni crematori nel film Il figlio di Saul. Il “protocollo” prevede un'indagine, domande a cui essa, svuotata e dallo sguardo assente, non sa più rispondere.

 

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