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Stranger Things. Mostri, ragazzini e nostalgia

La pausa estiva è finita e noi di Stranimondi siamo pronti per tornare a parlare di romanzi, film, fumetti e serie tv. Ma soprattutto della scienza che (spesso) ne infittisce le trame

di Michele Bellone 

 Non potevamo che riprendere questa rubrica parlando di Stranger Things, la serie uscita a metà luglio su Netflix e rapidamente diventata il successo dell’estate (e non solo). Di cosa parla? Di una tranquilla cittadina americana, di un gruppo di ragazzini appassionati di giochi di ruolo e di una base governativa nella quale vengono condotti strani esperimenti. Finché la sparizione di uno dei ragazzi e la comparsa di una strana bambina non mettono in moto una serie di eventi che coinvolgono giovani e adulti, costringendoli a confrontarsi con una minaccia sovrannaturale.

Due sono i punti forti di questa serie.

Il più evidente è senza dubbio l’effetto nostalgia. Stranger Things è una serie che pesca così tanto dall’immaginario degli anni Ottanta da far pensare a un’astuta strategia per catturare il cuore dei 30-40enni cresciuti con Stephen King e Steven Spielberg, con Dungeons & Dragons eStar Wars, con i Goonies e Stand by me, con Freddy Krueger e Lo squalo.

Per fortuna, i registi gemelli Matt e Ross Duffer sono figli di quegli anni (classe 1984) e conoscono bene il materiale di partenza. Il che, unito a un ottimo lavoro sulle fonti di ispirazione, ha consentito loro di gestire i tanti, tantissimi spunti, che sono riusciti ad amalgamare in un insieme coerente nel quale le citazioni sono chicche per chi sa coglierle e non un continuo susseguirsi di strizzatine d’occhio fini a sé stesse. Certo, in più occasioni si ha la sensazione di star vedendo una serie pensata apposta per piacere a un determinato target, ma la passione dei due registi è evidente e riesce a dare un tocco personale al risultato, rendendolo qualcosa di più di una furbata commerciale.

Il che ci porta al secondo punto di forza: la qualità della realizzazione.

Stranger Things è una serie fatta bene. La narrazione procede con un ritmo sempre sostenuto, le musiche elettroniche di Michael Stein e Kyle Dixon – spesso ispirate a quelle dei film di John Carpenter – aiutano a creare atmosfere coinvolgenti e il cast di attori è di ottimo livello. Fra di essi spiccano la bravissima Millie Bobby Brown, che interpreta la giovane e silenziosa El, eDavid Harbour, il burbero sceriffo di Hawkins, che si rivela uno dei personaggi più interessanti. Molto bravi anche i giovani interpreti di Mike, Lucas e Dustin, i tre ragazzini in cerca dell’amico scomparso, così come la rediviva Winona Ryder, che torna a un ruolo di primo piano e regala una bella prova attoriale, pur correndo qualche rischio di overacting. Chi invece non convince è il cattivo di Matthew Modine, monodimensionale e poco carismatico. La trama non brilla per originalità e più di una situazione viene risolta con lo stesso escamotage narrativo (spoiler), il che rende il flusso degli eventi a tratti prevedibile. Ciò però non impedisce alla storia di essere appassionante.

E la scienza? Compare anche lei, con un ruolo tutt’altro che trascurabile. Da un lato abbiamo l’ennesima riproposizione di un gruppo di scienziati in camice bianco, freddi e spietati, disposti al sacrificio (altrui) pur di approfondire la propria sete di conoscenza e di potere. Ma la serie ci mostra anche un approccio scientifico più positivo: da bravi geek, i giovani protagonisti sono appassionati di scienza e, benché consapevoli di star affrontando qualcosa di sovrannaturale, si affidano a essa sia per svelare alcuni misteri sia per trovare un modo pratico per risolverli.

Centrale in questo senso è la figura di Mr. Clarke, uno dei loro insegnanti, che ne incoraggia la curiosità, li lascia liberi di usare la radio della scuola e non si scompone più di tanto se lo chiamano alle dieci di sera – mentre sta guardando La Cosa in televisione – per farsi spiegare come costruire una vasca di deprivazione sensoriale. E quando gli fanno domande sull’esistenza di altre dimensioni, citando Carl Sagan in Cosmos, sarà proprio Mr. Clarke a spiegare a loro, quindi a tutti gli spettatori, l’interpretazione a molti mondi formulata nel 1957 dal fisico e matematico Hugh Everett III, con l’efficace metafora della pulce e dell’acrobata. Fondamentale per comprendere un altro elemento del mistero che i protagonisti stanno cercando di svelare. Senza contare che Mr. Clarke si rivela molto preparato anche sul tema dei giochi di ruolo, dimostrando di conoscere bene la Valle delle Ombre che i suoi intraprendenti alunni citano.

In conclusione, Stranger Things mantiene quel che promette. Non verrà ricordata per l’originalità della sua trama e sfrutta pesantemente l’effetto nostalgia, ma riesce comunque a coinvolgere grazie alle atmosfere, alla bravura degli attori e alla passione dei registi. Ora non ci resta che aspettare la seconda stagione, già confermata per il 2017, che sarà il vero banco di prova per questa serie, che dovrà scegliere se continuare a percorrere le strade sicure dell’omaggio a un certo immaginario pop o se sfruttare questi spunti per creare qualcosa di innovativo.

Leggi anche: Il soprannaturale. Da un altro punto di vista

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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