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Stato-mafia, l’ira di Tina Montinaro: "A chi ha patteggiato per far saltare in aria mio marito auguro la stessa fine"

La vedova del caposcorta del giudice Falcone, Tina Montinaro, si sente tradita: “Chi rappresentava lo Stato e si è seduto a patteggiare per far saltare in aria mio marito spero faccia la stessa fine”. E l’ex dirigente della Squadra Mobile di Palermo Francesco Accordino ricorda: “L’ufficio investigativo? Era l’avamposto degli uomini perduti. Cassarà non aveva nemmeno un computer per le indagini e doveva usare l’auto del padre per pedinare i latitanti perché non avevamo macchine”.

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Suo marito era Antonio Montinaro, il caposcorta di Giovanni Falcone, rimasto ucciso nella strage di Capaci il 23 maggio 1992 assieme al giudice antimafia, ad altri due “angeli custodi” (i poliziotti Vito Schifani e Rocco Dicillo) e alla moglie di Falcone, il magistrato Francesca Morvillo.

A 22 anni dal tragico attentato, Tina Montinaro continua a mantenere viva la memoria di Antonio, parlandone in giro per l’Italia ovunque è invitata. Lo ha fatto anche di recente all’università di Verona, in un incontro organizzato per non dimenticare le vittime delle mafie. Qui, a metà conferenza, con riferimento alla trattativa Stato-mafia ha voluto scandire anche parole molto forti: “Penso che sicuramente non è stata solamente una strage di mafia, e questo è quello che mi fa schifo molto di più. Perché dal mafioso te l’aspetti, sai che è un delinquente, un animale, e ti aspetti che da un momento all’altro possa fare una cosa del genere. Ma non ti aspetti che chi rappresenta lo Stato in quel momento, chi doveva proteggerlo, si è seduto a patteggiare. Chi si è seduto a patteggiare per far saltare mio marito in aria con 500 chili di tritolo, da far saltare un’autostrada, io mi auguro che faccia la stessa fine”.
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Antonio Montinaro

Il suo dolore, ancora grande, è moltiplicato dalla sensazione di questo tradimento beffardo e inaccettabile, che oggi le fa alzare la voce perché l’indignazione è molto profonda. La maggior parte degli studenti seduti in platea non era ancora nata all’epoca delle stragi di Capaci e di via D’Amelio. E così Tina ha spiegato chi erano i coraggiosi poliziotti che hanno scelto di essere la scorta di Falcone: “Erano dei volontari, non c’era l’indennità di rischio. Loro non se la sono sentita di tirarsi indietro e sono rimasti con Giovanni Falcone. Dicevano sempre: in autostrada siamo scoperti. Ma non li calcolava nessuno”. Antonio Montinaro entrò giovanissimo in Polizia e nel 1986, a 24 anni, andò a Palermo per il maxiprocesso, al termine del quale decise di scortare Falcone. “Tutte le mattine entrava in quella macchina con la consapevolezza di poter saltare in aria in qualsiasi momento”, ha rammentato la vedova che ha aggiunto: “Antonio era un ragazzo splendido. Lui lo faceva per il senso dello Stato, del dovere, ma principalmente per Falcone, perché diceva sempre che un uomo che combatte la mafia come faceva Giovanni Falcone non va lasciato solo. Come moglie ho sempre rispettato le sue scelte e le ho fatte rispettare anche ai miei figli quando è morto”.

A testimoniare l’atmosfera che si respirava in Sicilia a quel tempo e negli anni precedenti le stragi del ’92, c’era anche Francesco Accordino, dirigente della Sezione omicidi della Squadra Mobile di Palermo negli anni Ottanta, che si dovette occupare di oltre mille delitti. Quell’ufficio investigativo egli lo definisce “l’avamposto degli uomini perduti”. Soli, isolati e senza mezzi contro la criminalità organizzata: “Non avevamo un appoggio politico né istituzionale in quegli anni in Sicilia, a Palermo c’era un sindaco che diceva che la mafia non esiste, avevamo una gerarchia ecclesiastica che preferiva non parlare di mafia ed una società civile che restava indifferente al lavoro di questo manipolo di uomini che cercava di portare avanti l’affermazione della legalità”. Sulla mancanza di strumenti alla Mobile nella battaglia contro la mafia, Accordino ha dichiarato: “Ninni Cassarà non disponeva nemmeno di un computer per poter effettuare la base delle indagini”. Ed ha svelato alcuni episodi che danno la cifra di quale fosse la reale e drammatica situazione: “Quando Cassarà fu ucciso, ricevetti una telefonata dall’American Express che mi diceva che ero stato segnalato come socio per prendere la loro carta. Io risposi che non ne sapevo niente, e mi spiegarono che un signore che si chiamava Ninni Cassarà, per poter avere il computer che l’American Express dava in regalo, aveva segnalato cinque nomi di colleghi: questo gli consentiva di avere in regalo un computer che poteva portare alla Squadra Mobile di Palermo ed utilizzare nella nostra lotta quotidiana. Questo era l’avamposto degli uomini perduti!”. E ancora: “Per pedinare i latitanti, Cassarà adoperò l’auto di suo padre perché non avevamo macchine alla Squadra Mobile…”.

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Antonino Cassarà

Accordino è l’unico sopravvissuto di quel pool di investigatori. Il presidente del maxiprocesso lo ha autorizzato a testimoniare anche per i suoi colleghi uccisi, per le indagini che assieme hanno svolto. L’ex dirigente della Mobile ha ricordato agli studenti i fedeli servitori dello Stato che ha conosciuto, dal magistrato Rocco Chinnici “saltato in aria assieme a due carabinieri e al portiere dello stabile”, al commissario Beppe Montana “ucciso in costume da bagno mentre scendeva con la fidanzata dalla barca dove era andato a farsi una gita una domenica pomeriggio”, fino al suo collega Ninni Cassarà “che rientrando alla sua abitazione è stato crivellato di colpi da killer vigliacchi che lo attendevano sotto casa”. Ancora oggi non dimentica alcun dettaglio degli omicidi sui quali ha indagato. Nel suo intervento si è soffermato in particolare sull’attentato a Cassarà: “La moglie Laura con la bambina in braccio, che si trovava ad aspettarlo dal balcone, si precipitò per le scale per portare aiuto giù al marito colpito, e ad ogni piano dello stabile bussava alla porta per lasciare la bambina e correre verso il marito: nessuno, in quello stabile, le aprì la porta, nessuno. Questa era la Palermo di quegli anni…”. Assieme a Cassarà rimase ucciso anche Roberto Antiochia, poliziotto 23enne che lo scortava volontariamente.

Francesco Accordino ha deposto in vari processi. In quello contro Giulio Andreotti è stato testimone d’accusa. Fu chiamato a testimoniare perché il collega Cassarà aveva sequestrato un’agenda durante una perquisizione a casa dei cugini Salvo nella quale alla lettera G c’era scritto “Giulio” ed un numero di telefono: “Giulio ovviamente significava Andreotti”, ha precisato, evidenziando che Andreotti negò nel processo di conoscere i Salvo. “Cassarà”, ha affermato Accordino, “era raggiante di gioia quando mi comunicò questo ritrovamento e quando correvamo dalla Squadra Mobile all’Ufficio istruzione dove Falcone ci aspettava per consegnargli quest’agenda che avevamo sequestrato”. Al processo, Cassarà non poteva testimoniare, perché era stato ucciso, ma Accordino sì, ed il presidente del tribunale ordinò di recuperare quell’agenda. Però l’agenda non si trovava più, sembrava scomparsa. “Io dichiarai che con Cassarà l’avevamo consegnata al dottor Falcone, ed il dottor Falcone l’aveva poi messa all’Ufficio corpi di reato del tribunale. Furono fatte altre ricerche e finalmente saltò fuori quell’agenda, con la copertina rossa in pelle. Eravamo soddisfatti, ma quando il presidente la sfogliò, mancava il foglio con la lettera G…”. “Strategia di mafia o strategia di Stato?”, si è chiesto Accordino. Per lui sarà il mondo della scuola a salvare il Paese dalle mafie: “La mafia non sarà sconfitta da Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza e magistrati. La mafia potrà essere sconfitta soltanto da un esercito di insegnanti”. Perché sono loro, secondo Accordino, che potranno demolire “la mentalità mafiosa”.

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