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Somalia: mentre la situazione peggiora, ONU e Kenya pensano a salvare la faccia

Per le migliaia di disperati somali che arrivano ogni giorno in Kenya la vista di un campo profughi completamente attrezzato, ma ostinatamente chiuso, e di conseguenza vuoto, non può che rappresentare una macabra beffa.

Nonostante l'aggravarsi della crisi umanitaria nel Corno d'Africa e il conseguente sovraffollamento a Dadaab, città keniota al confine con la Somalia, il nuovo campo denominato "Ifo 2", ultimato sin dal novembre scorso, risulta essere tuttora inattivo.

Nazioni Unite e governo keniota sono stati attaccati dall'opinione pubblica internazionale per aver lasciato vuoto un campo profughi costato milioni di dollari, 60 per la precisione.
 
L’accusa nei confronti dell’UNHCR - l’Alto Commissario ONU per i Rifugiati - è non solo quella di aver collocato i rifugiati in un lembo di terra spoglio, non ancora attrezzato, vicina all’Ifo 2, ma anche di aver confuso i media e quindi l’opinione pubblica a riguardo. Rinominando la zona "ifo extension", infatti, hanno portato giornalisti e osservatori a pensare che il nuovo campo fosse finalmente operativo.
 
Anche se ora William Stirling, ufficiale dell’UNHCR, si è affrettato a confermare che, effettivamente, il campo rimane tuttora chiuso qualche dubbio sull'ingenuità del misunderstanding rimane. Il portavoce delle Nazioni Unite dopo aver espressamente negato qualsiasi illazione in riferimento all’accusa di dirottamento dell'opinione pubblica, ha tentato poi di minimizzare la differenza tra il campo 2 Ifo e l'area dove migliaia di rifugiati sono stati accolti in tende, ribadendo la presenza nel luogo di acqua e servizi igienico-sanitari. 
 
Eppure l’ambiguo atteggiamento dimostrato nelle sibilline informazioni fornite dall’agenzia umanitaria intorno al campo Ifo 2 a Dadaab potrebbe trovare anche qualche spiegazione plausibile.
 
Se da un lato infatti si potrebbe ritenere plausibile una mancanza di coraggio da parte dell'ONU nell’ammettere la propria frustrazione sul mancato accordo con il Kenya, dall'altra bisogna però precisare come ad alimentare la confusione avesse concorso in effetti anche l’annuncio del governo keniota che aveva annunciato - ma non auspicato - l’apertura, già tardiva, del campo per il 24 luglio. La data era stata peraltro confermata in ultima istanza appena un mese fa anche dal primo ministro del Kenya Raila Odinga, durante la sua ultima visita del luogo incriminato.
 
Non si può negare d'altronde come nel paese ospitante sia caldo il dibattito riguardante il pericolo che una buona ospitalità in edifici adeguatamente attrezzati, possa favorire e incoraggiare nuovi arrivi e rappresentare una notevole minaccia alla sicurezza nazionale dello stato.
 
Non è un caso che anche il Presidente keniota Mwai Kibaki, la scorsa settimana in occasione della vistia di Jill Biden, moglie del Vice-Presidente americano Joe Biden, auspicasse che un aiuto concreto per le vittime della carestia che imperversa in Somalia, avvenisse aldilà dei confini del Kenya disincentivando così l’esodo di massa che si sta verificando negli ultimi mesi verso il proprio paese.
 
In effetti, da quando sabato scorso i ribelli si sono sorprendentemente ritirati da Mogadiscio, che per una buona metà era sotto il loro controllo, e il Governo somalo ha offerto un'amnistia aperta ad al-Shabab - gruppo islamico legato ad al-Qaeda che dal 2007 conduce una guerra sanguinosa per rovesciare il governo filo-occidentale di transizione e che controlla gran parte del sud della Somalia dal 2008 - il Coordinamento degli affari umanitari dell'ONU (OCHA) sta valutando l'ipotesi di un soccorso all'interno dei confini nazionali somali.
 
Se da un lato però il gruppo armato islamico si è effettivamente ritirato dalla capitale e il governo somalo ha offerto una concreta proposta di amnistia in cambio della deposizione delle armi, sono ancora molti i funzionari governativi a bollare il celebrato ritiro da parte dei ribelli come un "semplice cambio di tattica militare".
 
L’unica cosa certa al momento è che la Somalia, priva di un effettivo governo centrale da quando il Presidente Siad Barre fu destituito nel 1991, continua a vivere quella che dalle stesse Nazioni Unite è stata ufficialmente riconosciuta come “la più grave carestia e crisi umanitaria del mondo".
 
Migliaia e migliaia di persone continuano ogni giorno ad affluire nell’Ifo di Dadaab, che ad oggi è il più grande campo profughi al mondo, con 440.000 profughi fuggiti dalla carestia e dalla siccità estrema che imperversa da anni nel loro paese.
 
Numeri impressionanti che sono destinati ad aumentare ulteriormente, considerando che soltanto negli ultimi due mesi sono circa 100.000 i profughi giunti in Kenya.

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