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Siria | Non c’è pace per Idlib, Cremlino e Damasco puntano i ribelli

Espugnare l'ultima roccaforte delle milizie jihadiste in Siria è un'occasione troppo ghiotta per Assad e Putin: per non ripetere l'errore di Obama, che permise la rinascita di Assad, e per consolidare la propria posizione al potere. Con buona pace della Turchia, per nulla favorevole a un nuovo "bagno di sangue".

 

C'è un pittore che dipinge murales sui muri a Idlib, l'ultima roccaforte in mano ai ribelli di Assad, a nord ovest della Siria. C'è raffigurato un missile, c'è Trump, ci sono i resti delle mura di una casa distrutta dai precedenti attacchi e i loro sopravvissuti. Il pericolo, però, non è astrazione, ma realtà. Il prossimo attacco, quello decisivo, secondo molti, sarà chimico: come quello al Sarin, una sostanza chimica che distrugge il sistema nervoso centrale, capace di attraversare anche le maschere antigas. La stessa usata lo scorso anno a Khan Sheikhoun, a sud di Idlib, lungo la tangenziale che porta ad Hama, dove furono uccise più di 80 persone.


La vita in città scorre, apparentemente, in modo tranquillo: le persone parlano, si riuniscono nei caffé e scherzano tra di loro. Ma dietro quest'apparenza c'è tutta l'ansia e la paura di un attacco imminente. “Assad ha colpito con le armi chimichedicono. “Se gli Americani avessero voluto colpirlo e destituirlo lo avrebbero già fatto” concludono. C'è tanto scetticismo. Non c'è traccia di speranza, quella che precede l'arrivo dei “salvatori” o le prime avvisaglie che la fine di un incubo lungo sette anni, sia prossima.

Le prove che il regime di Damasco stia preparando un attacco chimico a Idlib ci sono. E secondo quanto raccontato alla “Reuters” dall'inviato della Casa Bianca in Siria Jim Jeffrey,“sarebbero molte”. Se venissero usate Washington non rimarrà con le mani in mano: i missili Tomahawk sono nel Mediterraneo pronti a colpire. Anche per Donald Trump, come per Barack Obama, c'è una “linea rossa” da non oltrepassare: che vengano usate, e se per riconquistare Idlib, Bashar al Assad, o la Russia o l'Iran, o chiunque altro, dispiegherà gli arsenali chimici, la risposta degli Stati Uniti sarà “rapida e vigorosa”.

Tutto questo nonostante “Amnesty International” nei mesi scorsi abbia riferito che a Febbraio a Saraqeb, poco lontano da Idlib, 6 persone siano morte, e altre dieci siano rimaste ferite a seguito di un attacco chimico piovuto dal cielo. Tra questi anche gli attivisti dei “White Helmets”, i Caschi Bianchi, che dal 2012 scavano tra le macerie, salvando vite. Durante questi anni i ribelli e gli ufficiali di Damasco si sono ciclicamente rimbalzati le accuse di essere i mandanti degli attacchi chimici: gli uni, a detta del nemico, per sollecitare gli interventi della comunità internazionale, gli altri perché animati dal brama di vincere la guerra e riconquistare il territorio perduto. In realtà, dichiarazioni a parte, Trump più di Obama, ha mostrato in questi anni poco interesse per la Siria, come dimostra la sempre più salda posizione del Cremlino nel Paese. E' lui, assieme a Teheran, l'artefice della "rinascita" del regime di Assad. Se Obama, come in Libia, si fosse appiattito alle richieste di Francia e Gran Bretagna, quando i ribelli stavano sconfiggendo Assad, accordando il colpo di grazia, oggi saremmo di fronte ad un altro epilogo.

Sono invece quattro i gruppi ribelli che oggi operano ad Idlib: “Hayat Tahrir al-Sham” (HTS), i più numerosi e armati, 12 mila combattenti jihadisti, in passato legati ad Al Nusra. Poi c'è il “Fronte di Liberazione Nazionale” (NLF), avversario di HTS, che è spalleggiato dai Turchi e sono considerati tra i più moderati; c'è l'”Organizzazione dei Guardiani della Religione”, guidata da Abu Humam al Shami, una propaggine dell'HTS, anch'essa in passato legata a ad Al Nusra, e tra i nuovi adepti di Al Qaeda. E infine c'è il “Partito del Turkistan Islamico” (TIP), i jihadisti “uiguri” cinesi, alleati con l'Isis e ad al Qaeda, e originari della provincia di Xinjiang, uniti ai siriani dal loro desiderio di uno stato indipendente in Patria.

In totale sono poco più di 30 mila i militanti jihadisti presenti a Idlib, tra questi molti “Foreign Fighters”, su un totale di circa 3 milioni di abitanti, tra cui un milione di bambini. Una città che dall'inizio delle rivolte a oggi è stata abbandonata da quasi la metà dei suoi abitanti, fuggiti in Europa, in Turchia o in altre parti del Paese sotto tutela turca o governativa. Ma la situazione è drammaticamente peggiorata nell'ultimo anno, quando la Turchia ha serrato i suoi confini. Da quel momento la popolazione a Idlib è iniziata a crescere. E dire che sin dall'inizio del conflitto Idlib è stata considerata una zona sicura: sono 700 mila i civili che lì hanno trovato riparo. Poi, l'anno scorso, dopo il meeting di Astana, Iran, Turchia e Russia l'hanno inserita alle tre zone di de-escalation del conflitto, una sorta di zone cuscinetto presidiate dagli osservatori militari issate a tutela dei civili. Ma la sempre più massiccia presenza di jihadisti accorsi hanno fatto si che Idlib balzasse in cima all'agenda dei “Garanti” di Astana, come un'emergenza da affrontare. Oggi Idlib appare il principale baluardo per l'annientamento dei fondamentalisti islamici in Siria. Quando la città tornerà in mano di Assad saranno poche zone, e di piccola dimensione, ancora in mano ai ribelli. Negli ultimi due anni il regime siriano ha riconquistato prima la zona di Aleppo, seconda città più popolosa del Paese, poi la periferia orientale della capitale Damasco, e infine l’area meridionale nei pressi di Israele e della Giordania, dove tutto era cominciato. Ora tocca a Idlib.

E per questo, nonostante i proclami dall'Occidente, della Russia e dell'Iran, che celano gli interessi strategici, economici e politici, Idlib sta diventando sempre più bersaglio di rappresaglie armate in quella che rischia di diventare una nuova tragedia umanitaria, osteggiata da uno dei tre “Garanti” di Astana: la Turchia, che teme nuove ondate migratorie, la fuga all'interno dei propri confini dei jihadisti e più in generale l'allargamento delle zone di instabilità, soprattutto di matrice curda, a ridosso dei propri confini. Questo potrebbe peggiorare nuovamente le relazioni tra Ankara e Mosca, migliorate dall'accordo dell'acquisto di due batterie missilistiche S400 da parte della Turchia, dopo la crisi generata dall'abbattimento del Su-24 russo tre anni fa.

Assad è con Putin. Nei giorni scorsi, il 30 agosto, il ministro degli esteri siriano Walid Muallem ha enunciato come una “priorità” quella di liberare Idlib: “non importa a quale costo”. Un'iniziativa appoggiata dalla Russia, che poco lontano da Idlib, a Tartus, ha l'unica base militare nel Mediterraneo, e che ha appoggiato Assad dicendo che Damasco ha tutti i diritti di “liquidare” la minaccia terroristica dal suo territorio. Soluzione militare, però, osteggiata dalle Nazioni Unite, preoccupata dalle possibili conseguenze umanitarie: 800 mila sfollati, oltre ai morti e ai feriti, le stime.

L'appello dell'inviato Onu Staffan De Mistura, che nei giorni scorsi ha chiesto alla Russia, Iran e Turchia di non sferrare gli attacchi, non ha fatto presa: visto che in queste ore, lo stesso De Mistura ha reso noto che il regime di Damasco ha concesso fino al 10 settembre alla diplomazia, dopo di che l'attacco sarà sferrato.

Se l'interesse di Assad, che prima dell'intervento della Russia e dell'Iran stava perdendo la guerra contro i ribelli, appare chiaro, non lo è meno quello di Iran e Russia. Venerdì a Tabriz, nel nord dell' Iran, si è tenuto un trilaterale, ufficialmente per raggiungere un cessate il fuoco e concordare un corridoio umanitario per i civili. Ma il colloquio è fallito e nonostante le bombe continuino a cadere su Idlib, per far sì che la battaglia vera e propria abbia inizio, bisognerà superare la reticenza di Recep Tayyip Erdoğan. E' questione di giorni.

Chi più di tutti ha interesse a mettere la parola fine alla Guerra è Putin. Il leader del Cremlino, infatti, ha bisogno di ergersi come risolutore del complicatissimo mosaico siriano, sia per rinvigorire la sua immagine internazionale, sia per consolidare il suo ruolo in Medio Oriente. Con Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti "fuori" dal regno alawita è lui che avrà sempre più influenza su Damasco. Inoltre c'è una ricostruzione da imbastire: difficile che gli Stati Uniti finanzieranno quanto distrutto da Assad, e dai tre “Garanti” di Astana e quest'ultimi, seppur divisi da motivi religiosi e da piccole acredini geopolitiche, hanno tutte le intenzioni di partecipare alla ricostruzione di una Damasco sempre più sciita.

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