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di Maria Rosa Panté lunedì 9 agosto 2010 - 12 commenti oknotizie
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Se non son matti non li vogliamo: il disagio del docente diventa malattia

Nel bel mezzo di diatribe partitiche (che di politico nel senso nobile mi pare abbiano poco) scriverò partendo dalla mia esperienza personale per descrivere un fenomeno poco conosciuto, ma che, un po’ come il problema dell’inquinamento, avrà di certo grosse implicazioni, tutte negative, per il nostro futuro. Insomma una bella lettura estiva.

Nella mia presentazione ho scritto insegnante, in realtà io sono stata insegnante e ottima (lo dico supportata dalle testimonianza dei miei alunni di allora, non tutti perché non sono perfetta, ma buona parte), dopo anni di dedizione a un lavoro che mi piaceva da matti (e matti è una parola chiave), dopo anni in cui ogni dolore, problema di un mio allievo era anche mio, dopo dolori, delusioni, ma anche gioie e soddisfazioni condivise coi ragazzi, ho cominciato a non poterne più.

Le classi erano sempre più numerose, i ragazzi sempre meno motivati ed educati (senza mai trascendere, non ho mai messo una nota in vita mia), il lavoro di insegnante sempre meno considerato, i miei metodi innovativi non sempre apprezzati... insomma dopo queste cose ho cominciato a stare male.

Insonnia, problemi gastrici, cefalee tensive, irritabilità, angoscia, desiderio, quasi come in trincea, di spararmi in un piede per stare a casa...

I ragazzi non li sopportavo più, non sopportavo le loro sfide adolescenziali, che chissà perché non indirizzavano nemmeno più alla famiglia (ora lo so perché, la famiglia già si disgregava), non sopportavo che mi dicessero “Prof. posso parlarle? Ho un problema”, non tolleravo che non mi ascoltassero se non a sprazzi quando io portavo loro la cultura: come si faceva a distrarsi davanti a Leopardi, a Dante, all’evoluzione del pensiero?

Insomma non li sopportavo, non c’era nessuno che mi potesse aiutare e mi sentivo terribilmente in colpa per le assenze (cui ero costretta dal mio medico), perché i ragazzi non mi piacevano più, perché non facevo il mio lavoro-missione con la devozione e l’impegno dei primi anni.

Era il classico burn out.

Di cui non sai nulla finché non sei già dentro mani e piedi, di cui non ti rendi conto finché i sintomi psicofisici diventano così fisici che devi cominciare a curarti: la depressione, il mal di stomaco, il mal di testa, la pressione alta e molte altre patologie (per fortuna non tutte mie!).

A me è accaduto circa 10 anni fa, ho precorso i tempi, allora fare scuola era più facile di oggi, ma si vede che io ero più fragile o più sensibile chissà. Forse ero solo più accorta, o avevo un medico più attento, le variabili sono tante. Il fatto è che ho affrontato subito il disagio, pensando che dovevo liberarmi della fonte del disagio ossia l’insegnamento, lo stare in classe coi ragazzi.

Ho fatto varie visite che dimostrassero i miei problemi (spesso umilianti, talvolta con medici competenti e gentili) e ora sono fuori ruolo per motivi di salute a tempo indeterminato (con sacrosante visite di controllo).

Ho talvolta nostalgia dell’insegnamento, ma mantengo contatti coi ragazzi attraverso progetti, teatro, biblioteca, concorsi, conferenze e essere di supporto ai colleghi è gratificante, mi rendo anzi conto che la mia esperienza di burn out e le mie parole talvolta dsono un aiuto perché il disagio avanza, avanza inesorabile in quasi tutto il copro insegnante.


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di Maria Rosa Panté lunedì 9 agosto 2010 - 12 commenti oknotizie
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Francia Scuola Italia

I commenti più votati

  • 13 votes
    (xxx.xxx.xxx.36) 11 agosto 2010 10:09

    Maria Rosa sono con te...ti esprimo la mia inutile ma sentita solidarietà... Certi individui che hanno il coraggio, l’impertinenza e la maleducazione per definirsi "intellettuali e politici" dovrebbero essere loro a cambiare mestiere... mentalità e quant’altro.

    Siamo tutti ignoranti, ma alcuni paiono proprio aver superato il limite della stupidità...che è cosa ben diversa dalla semplice, pura, dotta ignoranza. Qui siamo, seppur nei dubbi, nell’ambito della nullità esistenziale.

    Con amicizia stima affetto.
    Francesco 

  • 12 votes
    (xxx.xxx.xxx.87) 9 agosto 2010 14:08

    Leggendo l’articolo della professoressa Panté mi sono sentita chiamata in causa in quanto studentessa di psicologia di analisi e intervento nel lavoro che ha molto a cuore la sindrome da burnout.
    In Italia (come al solito) non siamo preparati ad accogliere certe patologie che tendiamo a sottostimare e il rischio più grave è che si inizierà ad intervenire quando il problema sarà così diffuso da non essere arginabile, quando avremo sfornato generazioni di studenti ignoranti sia sotto l’aspetto della cultura che sotto l’aspetto dell’educazione.

    In una società in continua evoluzione come la nostra, dove i punti di riferimento vacillano di continuo e i nostri valori vengono minati alle fondamenta non possiamo permetterci di rimandare a domani, di demandare ad altri la responsabilità di gestire i nuovi problemi.

    Oggi, i professori (oltre agli impegni istituzionali) si ritrovano a dover letteralmente combattere con orde di adolescenti che stanno diventando sempre più ignoranti (concedetemi di chiamarli "analfabeti di ritorno") , che snobbano la scuola e tutto ciò che potrebbe ampliare le loro menti trovandone un motivo d’orgoglio.

    D’altro canto, certi genitori preferiscono giustificare il proprio figlio, preferiscono concedere piuttosto che negare convinti che sia importante renderli felici (temporaneamente e superficialmente) nell’immediato piuttosto che guardare più in là del proprio naso e capire che a volte i "no" fanno crescere più dei "sì".
    Per ottenere veri risultati bisogna essere coerenti a casa e a scuola nell’insegnamento dei valori, nei divieti e nei permessi. L’incoerenza porta solo perdita di autorità per il docente come per il genitore. Bisogna, dunque, congiungere le forze per ottenere un risultato e risolvere il problema alla radice.

    Concludo il mio lunghissimo commento (chiedo venia) dicendo che spero che questi docenti appassionati e amanti dei giovani e dell’insegnamento non scompaiano mai perché sarà proprio allora che potremmo dire addio a qualsiasi presa di coscienza futura essendo la scuola il trampolino di lancio della mente verso il mondo esterno. Auguriamoci, dunque, che questi pochi valorosi non facciano la fine di Winston Smith di "1984"...

    Elisa

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