Nel bel mezzo di diatribe partitiche (che di politico nel senso nobile mi pare abbiano poco) scriverò partendo dalla mia esperienza personale per descrivere un fenomeno poco conosciuto, ma che, un po’ come il problema dell’inquinamento, avrà di certo grosse implicazioni, tutte negative, per il nostro futuro. Insomma una bella lettura estiva.
Nella mia presentazione ho scritto insegnante, in realtà io sono stata insegnante e ottima (lo dico supportata dalle testimonianza dei miei alunni di allora, non tutti perché non sono perfetta, ma buona parte), dopo anni di dedizione a un lavoro che mi piaceva da matti (e matti è una parola chiave), dopo anni in cui ogni dolore, problema di un mio allievo era anche mio, dopo dolori, delusioni, ma anche gioie e soddisfazioni condivise coi ragazzi, ho cominciato a non poterne più.
Le classi erano sempre più numerose, i ragazzi sempre meno motivati ed educati (senza mai trascendere, non ho mai messo una nota in vita mia), il lavoro di insegnante sempre meno considerato, i miei metodi innovativi non sempre apprezzati... insomma dopo queste cose ho cominciato a stare male.
Insonnia, problemi gastrici, cefalee tensive, irritabilità, angoscia, desiderio, quasi come in trincea, di spararmi in un piede per stare a casa...
I ragazzi non li sopportavo più, non sopportavo le loro sfide adolescenziali, che chissà perché non indirizzavano nemmeno più alla famiglia (ora lo so perché, la famiglia già si disgregava), non sopportavo che mi dicessero “Prof. posso parlarle? Ho un problema”, non tolleravo che non mi ascoltassero se non a sprazzi quando io portavo loro la cultura: come si faceva a distrarsi davanti a Leopardi, a Dante, all’evoluzione del pensiero?
Insomma non li sopportavo, non c’era nessuno che mi potesse aiutare e mi sentivo terribilmente in colpa per le assenze (cui ero costretta dal mio medico), perché i ragazzi non mi piacevano più, perché non facevo il mio lavoro-missione con la devozione e l’impegno dei primi anni.
Era il classico burn out.
Di cui non sai nulla finché non sei già dentro mani e piedi, di cui non ti rendi conto finché i sintomi psicofisici diventano così fisici che devi cominciare a curarti: la depressione, il mal di stomaco, il mal di testa, la pressione alta e molte altre patologie (per fortuna non tutte mie!).
A me è accaduto circa 10 anni fa, ho precorso i tempi, allora fare scuola era più facile di oggi, ma si vede che io ero più fragile o più sensibile chissà. Forse ero solo più accorta, o avevo un medico più attento, le variabili sono tante. Il fatto è che ho affrontato subito il disagio, pensando che dovevo liberarmi della fonte del disagio ossia l’insegnamento, lo stare in classe coi ragazzi.
Ho fatto varie visite che dimostrassero i miei problemi (spesso umilianti, talvolta con medici competenti e gentili) e ora sono fuori ruolo per motivi di salute a tempo indeterminato (con sacrosante visite di controllo).
Ho talvolta nostalgia dell’insegnamento, ma mantengo contatti coi ragazzi attraverso progetti, teatro, biblioteca, concorsi, conferenze e essere di supporto ai colleghi è gratificante, mi rendo anzi conto che la mia esperienza di burn out e le mie parole talvolta dsono un aiuto perché il disagio avanza, avanza inesorabile in quasi tutto il copro insegnante.
Per Renzo Riva: e lei cosa fa di (in) utile nella vita? Scrive questi stupendi (...)
21/12 17:38 -Ora è ancora più chiaro. Fernando65
16/08 18:33 -Continua a prendere pure lo stipendio e chiediti, ogni tanto, se potresti essere fra quel (...)
11/08 18:58 - Renzo RivaPer Ambrogio adesso che so cosa è una benna: grazie, commento molto appropriato Maria (...)
11/08 13:25 -a Francesco grazie (bellissima la "dotta ignoranza") Maria Rosa
11/08 13:23 -