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Scuola: senza campagna acquisti Renzi parla di scudetto

Retrocessione o «Coppa dei Campioni», nessun tecnico parla di sistema di gioco, campagna acquisti, vivaio e obiettivi finali, se la sua squadra gioca su un campo di patate. Prima di tutto chiede un buon manto erboso, maglie, tute, palloni, palestre, spogliatoi, attrezzi e quanto richiede il dio del calcio per mettere in campo dei giocatori, anche dilettanti. Solo se avrà tutto questo, si vedranno ragazzi in mutande correre dietro a un pallone: i più adatti a un’idea di calcio e al modulo che l’allenatore pensa di applicare.

Persino chi organizza un gioco ha un irrinunciabile punto di partenza: le strutture. Più in alto punta, migliori dovranno essere e lo sanno tutti: non s’è mai visto un centravanti che affina la mira senza avere un bersaglio o un portiere che rinuncia al riferimento dei pali. Risolto il problema strutturale, una società che vuol vincere mette mano alla tasca, si affida a un «mister» sperimentato che restituisca in qualità quanto gli dai per stima, sceglie il modo di giocare e gli uomini adatti a eseguirlo. E’ lui, il «mister», un maestro di calcio a decidere se occupare la metà campo avversaria o attendere l’offesa, indurre l’avversario all’errore e lanciare il contropiede. Nessuno parla di scudetto senza schierare «top player» e nessuno trova campioni al costo di una mezza tacca. Quando tutto questo c’è, vali o no, lo decidono i risultati, ma non è scienza esatta.
Se, come si vuole, la scuola dev’essere un’azienda come una squadra di calcio, bene, l’Italia è l’unico paese al mondo che sogna di fare questo impossibile miracolo: avere una scuola che faccia da traino per lo sviluppo, che sia azienda leader, ma che si arrangi con i decrepiti capannoni dell’età liberale e fascista, stia sul mercato senza piani industriali e senza una politica retributiva che tenga il passo della concorrenza. Sono quindici anni ormai che i nostri governi pretendono centravanti da «Champions League» retribuiti a cottimo e portieri che valgano Zoff col minimo salariale e la canea che gli sputa addosso perché si gioca male e si perde. E se dici piano industriale, pensi all’attività che intendi fare. Da quando Abravanel e soci pontificano su un’azienda che non c’è, l’Italia non ha più una scuola, ma una riserva di caccia per bande criminali e si chiama «riforma» ciò che un tempo si definiva correttamente rapina a mano armata.

Da anni nessuno parla più di metodo e di rapporto tra scuola e «specifico locale»; nessuno s’interroga su una scuola che non condiziona la realtà in cui opera ma ne è condizionata, sicché i teorici del neoliberismo insistono impunemente su test buoni per valutare la scuola che opera in terra di camorra allo stesso modo di quella che lavora in un quartiere della buona borghesia. Da anni si «taglia» ovunque con effetti disastrosi, diversamente distribuiti sul territorio e da anni i servi sciocchi del mercato presentano i test Invalsi e pletore di «ispettori seri» come la medicina per il male che hanno causato, leggendo in chiave economica ciò che andrebbe analizzato in termini di pedagogia e didattica.

Da anni si nega che esista un problema di risorse, e si finge di ignorare che, senza contare i soldi negati, la «continuità didattica» pugnalata alla schiena ha tolto alla scuola una delle sue principali risorse. Da anni si sostiene un assurdo, affermando che la qualità non costa e la scuola italiana non ha bisogno di fondi, perché, anche dopo i «tagli», ha un buon rapporto insegnanti-studenti. Buono, si dice, benché sia cresciuto ai livelli di un’Europa che ha ben altre strutture; così buono che non c’è più tempo per interventi individualizzati; il docente finisce stremato e ci sono ormai ampie zone del Paese in cui l’analfabetismo di valori e la controcultura veicolata dalla criminalità organizzata e dalla corruzione politica rendono praticamente impossibile «fare scuola».

Da anni nessuno si chiede cosa voglia dire insegnare nonostante i tagli, le «riforme» e la precarizzazione. Da anni non si riflette sul concetto d’insegnamento e sui processi di apprendimento e tuttavia, ignorando la micidiale «pressione di conformità» che famiglia e società esercitano sulla scuola, si tirano dissennatamente in ballo criteri di valutazione che aprono le porte ai pregiudizi tipici delle diverse collocazioni sociali, e alle interferenze del mondo delle imprese. Un mondo legato a filo doppio a interessi di classe, che per sua natura tende a condizionare idee e strategie di formazione con logiche del profitto che tutto possono volere, tranne un sistema formativo che miri alla crescita della coscienza critica.

La scuola di Renzi, che promette ai precari il paradiso terrestre, non assumerà. Lo vietano i patti scellerati con l’Europa. Capovolgerà, questo sì, i termini reali in cui si pone la questione della selezione d’ingresso del personale docente, diminuendo ancora le risorse economiche con la cancellazione degli scatti di anzianità. Non bastasse, si affiderà ai capi d’Istituto per neutralizzare le migliori energie presenti nella scuola con la guerra di sterminio condotta contro chiunque dissenta dalle decisioni imposte dall’alto. Se Renzi volesse fare davvero qualcosa per la precarietà, non scriverebbe inutili manifesti virtuali. Per assumere docenti, basta spendere meno in cacciabombardieri. Si potrebbero così stabilizzare docenti già esperti e assumere i giovani laureati che ne hanno diritto, affiancandoli a colleghi che lavorano da tempo con profitto e avviando una formazione «fatta in classe», fondata sullo scambio proficuo tra passato e presente, esperienza e motivazioni, valori acquisiti e rinnovamento.

Chi parla di merito e valutazione annuale dei docenti, finge d’ignorare che questo tipo di «merito» l’abbiamo già sperimentato negli anni del fascismo, quando il miglior docente era quello che dimostrava all’Ispettore a quale livello di fanatismo aveva condotto i suoi alunni. La scuola vera, si rassegnino Renzi, Abravanel e soci, si valuta secondo tempi che decide la storia, perché, ben diversamente da un’azienda, essa gioca su un campo di calcio che non ha porte e palloni e non si prepara alla partita breve che si gioca sul mercato. Quella dei suoi giocatori è una partita che gli ispettori non potranno vedere. La scuola produce ipotesi che solo il lungo trascorrere degli anni può davvero verificare. Non cerca e non può cercare successi immediati, perché prepara alla partite della vita, quella che si vince o si perde col variare dei tempi, nel lungo corso degli anni, di fronte ai capricci della sorte, alle scelte decisive e ai comportamenti sociali. La scuola non spera di creare disciplinati soldatini del capitalismo, pronti a credere, obbedire e combattere nelle fabbriche o nei luoghi del moderno sfruttamento di classe, o a porgere la guancia dopo un ceffone per sprofondare nella rassegnazione. La scuola spera di produrre cittadini, persone capaci di ragionare con la propria testa e per per dirla con Don Milani, mira a tirar «su figli più grandi di lei, così grandi che la possano deridere, [...] felice soltanto che il suo figliolo sia vivo e ribelle».

Un «figliolo» che i test dell’Invalsi bocciano senza pietà.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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