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"Saggio sui potenti": radiografia del Potere

Una recensione del libro di Piero Melograni "Saggio sui potenti" come spunto per un'analisi del rapporto di potere nel mondo di oggi.

Nei giorni scorsi ho riletto un piccolo libro di Piero Melograni dal titolo “Saggio sui potenti”. In questo libro, per niente invecchiato anche se scritto più di 30 anni fa, l’autore opera un’indagine serrata sui potenti e la natura del loro potere. Confesso che il libro è un ottimo strumento col quale non solo spiegarsi la realtà quotidiana che viviamo al giorno d’oggi ma anche un immancabile vademecum per non rassegnarsi politicamente.

La concezione che sottende tutto il testo di Melograni è palese: la politica non è una scienza esatta. Dati ed informazioni che dovrebbero servire ai potenti per impostare le proprie azioni politiche, sono generalmente errati, parziali, talvolta falsi (messi in giro dagli avversari), rendendo la stessa azione di governo assai complessa, quasi un continuo azzardo. Complice e principale imputata di questa limitatezza di conoscenza è la scienza statistica. Certamente questa non è la sola ragione che rende difficile l’impostazione di una linea politica (soprattutto per chi non ce l’ha): ad ingarbugliare la faccenda ci vuole anche un sistema dell’informazione prono ai valori del “principe”, in cui tradizionalmente il nostro paese eccelle.

Da questa angolazione è chiaro che ogni richiesta di “indipendenza” dell’informazione non va in altra direzione se non in quella di un rafforzamento del potere, oltre ogni collocazione di schieramento, poiché sempre chi ha i mezzi economici può, in ultima istanza, essere presente sul mercato. Come considerare, allora, la linea seguita su questo tema dai vari detrattori del sistema informativo attuale, dai grilli ai travagli passando per i dipietristi? Non fanno forse il gioco del potere?

Due affermazioni di Melograni sono qui da sottolineare: “Quanto più grande è il potere di un capo, tanto più grande è la sua ignoranza”. E, a chiudere il cerchio: ”Un potere che ispira all’assolutezza e alla centralizzazione determina una distruzione di conoscenze”. Chissà di che paese e governato da quale classe dirigente, parla Melograni.

Tuttavia per rafforzare il potere non basta una libertà nominale dell’informazione (chi decide di che cosa parlare e occuparsi, quando e con quale riscontro?), ma serve anche un tessuto sociale pronto alla bisogna. Se, in questo tessuto, domina l’entropia (nessuno che sia in grado di organizzare un potere alternativo) il gioco è fatto. Il potente è in grado di governare grazie alla completa impossibilità di altri a contrastarlo. C’è da convenire, comunque, che l’enorme difficoltà del governare che fa preferire ai suoi attori la gestione dell’inazione, giustifica, in parte, sul piano del potere in sé e per sé, gli strepiti di ogni governo o ex-maggioranza di governo che lamenta l’eredità di problemi e lacune amministrative, nonché richiama alla nostra stanca memoria come si stia facendo sempre “tutto il possibile” per “uscire dal tunnel”. Il problema è che, su questo piano, l’affermazione potrebbe esserle sempre ritorta contro e così all’infinito a risalire la notte dei tempi.

Sul tema del potere, molto si è scritto, moltissimo a sproposito. Per quanto riguarda le voci autorevoli che sull’argomento detenevano posizioni discutibili ma chiare, rammento Pasolini, che attribuiva al potere la qualità di “anarchico”, proprio nel senso di arbitrario. In questo senso, ad una prima ricognizione la definizione cozzerebbe con quella di Melograni. Solo apparentemente però. Il potere decisionista ed arbitrario che ottempera alle proprie esigenze immediate e future é frutto di chiarezza di analisi ed obiettivi, il più delle volte, appunto, è una scelta di azione in mancanza di altre possibilità conosciute e magari indolori, di proprie (del potere) necessità economiche insindacabili: accordi mancati, errate previsioni, sotto o sopravvalutazione degli eventi e così via.

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