Nel 2008, il default delle tre principali banche islandesi (la Glitnir, la Kaupþing, e la Landsbanki) lasciò sul lastrico, oltre agli islandesi, anche parecchi investitori stranieri. In particolare, il fallimento di Icesave, società controllata da Landsbanki, comportò una perdita complessiva da 5,6 miliardi di dollari per circa 340.000 correntisti inglesi e olandesi. Un danno di cui Regno Unito e Olanda si fecero carico, in attesa che l'Islanda fosse in grado di rifondere i capitali elargiti.
Ma domenica 10 aprile il popolo islandese ha detto no al piano di rimborso approntato del governo.
"Il popolo ha scelto l'opzione peggiore. Il voto ha spaccato la nazione in due". Con queste lapidarie parole, la premier islandese Johanna Sigurdardottir ha commentato il responso negativo del referendum che avrebbe dovuto dare il via libera al piano. Il rimborso sarebbe cominciato nel luglio 2016 e avrebbe impegnato i cittadini islandesi per i trent'anni a seguire, fino al gennaio 2046, con un interesse del 3%.
E ora i due Paesi creditori minacciano un'azione legale contro l'Islanda.
Il referendum era stato indetto dopo che, per la seconda volta in poco più di un anno, il Presidente islandese Olafur Grímsson aveva posto il suo veto sull'iniziativa del governo, chiedendo che l'ultima parola in merito fosse lasciata al popolo.
Prima delle urne, 44 membri del parlamento avevano espresso la propria approvazione per il nuovo piano di rimborso. Un consenso che aveva portato la premier Johanna Sigurdardottir a giudicare “deludente” la decisione del Presidente di non firmare il disegno di legge.
Grímsson, dal canto suo, si era difeso dicendo che, in una disputa così delicata, il giudizio del popolo era fondamentale. Ai sensi dell'articolo 26 della Costituzione, dunque, aveva deciso di sottoporre la nuova proposta di legge ad un referendum.
In questa vicenda il governo si è giocato buona parte della propria credibilità, al punto che il Ministro delle Finanze, Steingrimur Sigfusson, aveva sentito l'esigenza di precisare che, in caso di bocciatura del piano, il governo non si sarebbe dimesso. Ma è indubbio che la consultazione abbia indebolito la posizione della Sigurdardottir e del suo consesso.
La risoluzione della controversia Icesave, secondo alcuni, sarebbe una condizione necessaria, da un lato, per consentire all'economia del paese a risollevarsi; e dall'altro, per l'adesione dell'Islanda all'Unione Europea. Per cui non è azzardato affermare che buona parte del futuro del Paese si giochi proprio su questo piano.
Il governo vuole raggiungere un accordo, ma sull'isola vi è un profondo dissenso. Molti islandesi trovano ingiusto che siano i contribuenti a pagare il conto per gli errori commessi dalle banche private.
Il tracollo finanziario dell'Islanda nel 2005 aveva portato la valuta nazionale al collasso e trascinato l'economia in una inarrestabile spirale recessiva. Il paese ha dovuto essere salvato dal Fondo Monetario Internazionale, nonché dagli interventi dei singoli Paesi per compensare i propri investitori – come Regno Unito e Olanda.
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11/04 10:21 - Damiano Mazzotti