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Referendum: vi spiego perché è una farsa (e chi pagherà)

Le mille balle blu

SPECIALE: Leggi la guida al voto di AgoraVox

Con la misura e l’understatement britannico che lo contraddistinguono, Antonio Di Pietro declina a modo suo la strategia referendaria del centrosinistra. Che è quella di fingersi al di sopra delle miserie della quotidianità partitica. Perché “bisogna deberlusconizzare e dedipietrizzare i referendum”. Lasciate che gli elettori vengano a noi, in pratica.

Per rafforzare questo nuovo stile ecumenico, Di Pietro spiega perché anche gli elettori del centrodestra debbono poter votare si, serenamente e pacatamente:

«Perché non è che se uno è del centrodestra deve tenersi le centrali nucleari, devenon avere l’acqua se non ha i soldi per pagarla, oppure deve vedere che il suo vicino di casa stupra una bambina e non deve essere processato semplicemente perché magari è qualche persona importante all’interno delle istituzioni»

Argomentazioni inoppugnabili su esempi ineccepibili, come si nota. Un po’ come quelle sentite ieri sera a l’Infedele di Gad Lerner, per opera di ad esempio del leader della Fiom-Cgil, Maurizio Landini, e di Ilaria D’Amico.

Landini ha detto di considerare inaccettabile il fatto che si possa anche solo immaginare di far conseguire un profitto a dei privati sull’acqua. Aridaje. Quel famoso e famigerato 7 per cento non è un profitto, è la remunerazione del capitale investito. Qualsiasi studente di economia non particolarmente sveglio vi spiegherà che un investimento si finanzia con un mix di mezzi propri e debito, e che ognuna di queste due tipologie di fondi ha uno specifico costo. Si chiama costo medio ponderato del capitale (Weighted Average Cost of Capital, WACC), e se vi prendete la briga di guardare il bilancio di una utility quotata vedrete che il suo WACC si avvicina molto al tasso-soglia fissato in Italia per remunerazione degli investimenti idrici. Detto incidentalmente, fatevi spiegare a quanto ammonta il costo del solo capitale proprio utilizzando un modello di CAPM (Capital Asset Pricing Model), scoprirete che siamo nel regno della doppia cifra.

Ad esempio, i francesi di Veolia, che sono attivi nell’acqua, hanno un WACC del 6 per cento; i loro connazionali di Suez Environnement, una multiutility che si occupa di acqua e smaltimento rifiuti, sono al 6,7 per cento; gli inglesi di Northumbrian Waterstanno al 6,3 per cento. E’ più chiaro, ora? Questo è il costo del capitale di imprese che operano nel settore idrico in Europa, dato l’ambiente competitivo. Da qui emerge che il tasso italiano del 7 per cento non è stato scelto a capocchia, né rappresenta una forma di pericoloso sfruttamento del popolo assetato. Questi sono gli effetti, quando si ha un’opinione pubblica (ed una classe dirigente), che non sa leggere un bilancio e soprattutto di economia non capisce una mazza.

Come bene illustra, ad esempio, la posizione di Ilaria D’Amico, aspirante opinion makered altrettanto aspirante iconcina progressista da salotto. Che ieri, sempre da Lerner, ha interrotto un eroico e a tratti furiosamente depresso Oscar Giannino con una frase da scolpire nei divani:

«Comunque, quando ci sono di mezzo aziende private, le tariffe aumentano»

Da dove cominciare? Che se non aumentano le tariffe aumenteranno le tasse, ad esempio. Ma alla D’Amico, che forse sopravvalutiamo, ed alla sua audience di riferimento, forse sta bene “programmaticamente” che nel nostro futuro ci siano più tasse.

Ed ora parliamo del referendum. Di Di Pietro e dei suoi deliri abbiamo detto, di Bersani e dello squallido opportunismo che caratterizza la sua posizione pure, anche se mai abbastanza. La verità è che questi referendum sono stati dirottati da subito, come del resto accade a tutti i referendum, ma questa volta in modo ancora più disonesto del solito, a partire dalla posizione del si sull’acqua. Avere poi trasformato questi referendum nel tentativo di dare la spallata finale al capocomico di Arcore ed al pugile suonato di Gemonio è lecito e legittimo, nella dialettica politica di un paese che sta affondando ogni giorno che passa. Solo che non ci si rende conto che, anziché fare un discorso adulto all’elettorato, lo si considera esattamente come lo considera Berlusconi, cioè composto da minus habens. I governi si battono in Parlamento e nelle urne al momento delle elezioni, non nelle piazze o con referendum geneticamente modificati.

E quindi, che fare, per quanti sono stanchi di questa indecenza? Votare no è come votare si, perché contribuisce al raggiungimento del quorum. Ma è “morale” predicare l’astensionismo. La cosa ci costa moltissimo, essendo tra quanti si sono mangiati il fegato al tempo dei quattro referendum su quella sconcezza nota come legge 40, ma pare che non ci sia alternativa, per ripristinare un minimo di sanità mentale, e visto che l’istituto del referendum è fallito, e non da oggi. Ma da più parti questa posizione viene aspramente criticata. Per tutti, riportiamo il giudizio di una persona verso cui abbiamo massimo rispetto, stima ed affetto, Michele Boldrin, pronunciato nel corso di una lunga discussione a più voci sul suo Facebook, giorni addietro:

«L’uso strategico dell’istituto referendario, che tutti sembrano propugnare, per sottili fini di tattica politica è una delle mille aberrazioni che rendono l’Italia il paese senza speranza che è.

Tutti a predicare che occorre essere patrioti ed avere speranza. Poi, alla prima occasione in cui ci si potrebbe comportare normalmente, tutti a fare ricorso a tattiche da terzo mondo. Il trucco del far mancare il quorum (di craxi-delinquenzial memoria) mi sembra un perfetto esempio a questo proposito. Inutile riempirsi la bocca di liberal-democrazia, di regole, eccetera, per poi ricorrere a miseri trucchi da regime africano alla prima occasione»

Michele dimentica che l’”uso strategico dell’istituto referendario” è già nelle cose, e lo hanno iniziato i sostenitori del si, con i loro quesiti, ed ora prosegue con l’opportunismo dell’opposizione, massime del Pd, che vorremmo tanto vedere come la forza tranquilla che modernizza il paese e non come un grumo di movimentismo populista d’accatto. E quanto al paese senza speranza, perché assegnare questa valenza salvifica a referendum che neppure cambieranno il corso degli eventi specifici? Il nucleare ci sarà mai, in Italia? No. Con la vittoria del si sull’acqua avremo un effetto calmieratore delle tariffe e l’estromissione degli odiati privati? No. E quanto al legittimo impedimento, è stato già scardinato dalla Consulta, ma se volete rafforzare il concetto potete effettivamente votare si, anche nel caso in cui non sia stata stuprata alcuna bimba. Perché “costruire la speranza” con i referendum, che sono il trionfo dell’opportunismo e della bassa cucina politica, causa sempre forti cefalee al risveglio. Quindi, con grande amarezza che sconfina nella rabbia: a brigante, brigante e mezzo, ed astensione sia.

E riguardo alle forzature, una domanda per i legalitari di Repubblica ed anche per i nostri bravissimi “colleghi” del Fatto. Come avrebbero reagito se, in un universo parallelo, il neo-eletto presidente della Consulta si fosse presentato davanti a telecamere e taccuini per annunciare che i referendum non sono da fare, alla vigilia della camera di consiglio che deve decidere? Avrebbero parlato di sovversione, avrebbero chiesto la destituzione del neopresidente, che altro? Se si ama e difende la Costituzione, ed una cosa chiamata sobrietà istituzionale, occorre farlo ogni giorno, non a targhe alterne.

Per la chiusa ricorriamo ad un copiaincolla dal commento di Massimo Nicolazzi, pubblicato su Chicago Blog, che bene illustra il “disfunzionamento” dell’istituto referendario italiano, come tutti ben sappiamo:

«Poi vince il sì e Le fanno una leggina per cui la tariffa include il costo degli interessi sul debito contratto per la costruzione. Come dire che i referendum, come la storia dai tempi della responsabilità dei giudici e del finanziamento ai partiti insegna, servono a trasformare giuridicamente in zuppa il pan bagnato»

Ecco, sdegnatevi per questi esiti, almeno.

Commenti all'articolo

  • Di Damiano Mazzotti (---.---.---.199) 7 giugno 2011 18:18
    Damiano Mazzotti

    Peccato però che molte bollette dell’acqua hanno vita propria e aumentano di anno in anno senza giustificazione...

  • Di Antonio DS (---.---.---.94) 7 giugno 2011 18:34

    E’ noto che a furia di utilizzare i bilanci come filtro per osservare la realtà, si finisce per vivere in un mondo fatto quasi esclusivamente di numeri, infatti di uno che parla a vanvera in genere si dice che "quello da’ ai numeri!". La realtà, al contrario, insegna che esistono i principi prima ancora dei numeri, e questi, ahimè, son cosa che travalica ogni tipo di valutazione numerica, se poi nel caso in specie gli aumenti in bolletta vanno colpire maggiormente le popolazioni più deboli, il dubbio sorge spontaneo: "ma questo articolista tanto informato sulle valutazioni di bilancio, ha per caso investito in una di quelle aziende che beneficerebbero della privatizzazione dei servizi di distribuzione/erogazione di acqua?"

  • Di pv21 (---.---.---.123) 7 giugno 2011 19:49

    Giri e rigiri >

    Il Pdl lascia ai suoi elettori piena “libertà” di voto sui referendum. I massimi esponenti del partito tengono però a dichiarare che non andranno a votare.
    La Consulta, smentendo Berlusconi, ha detto che non è “inutile” neppure il referendum sul nucleare.

    Si può scegliere il Si, il No o il voto in bianco.
    Scegliere di non andare a votare non è espressione di ”libera” volontà.
    E’ dare spazio ad una casta di Primi Super Cives attenta solo a privilegi, interessi e impunità …

  • Di (---.---.---.226) 7 giugno 2011 19:59

    Piuttosto, leggete qua: "Votate Sì, parola di oncologo" http://wp.me/p19KhY-yD

  • Di yepbo (---.---.---.155) 7 giugno 2011 20:28

    Ottimo e valido articolo.

    Quasi sprecato, vista l’audience. Mi spiace.
    Saluti.
  • Di luciano (---.---.---.211) 7 giugno 2011 22:50

    Ottimo e valido articolo? A me sembra paradossale....

  • Di (---.---.---.21) 8 giugno 2011 00:34

    Il problema vero è che nessuna norma obbliga il privato a investire per migliorare la gestione. Infatti se da un lato si autorizza un rincaro del 7% per gli investimenti operati dal gestore, dall’altro non si definisce che genere di investimenti danno luogo al diritto di rincarare il prezzo dell’acqua. Ciò in un Paese come il nostro, pieno di truffatori, finisce per favorire coloro che intendono speculare sull’acqua. Invero, il concetto di investimento è talmente elastico che un gestore senza scrupoli potrebbe considerare tali anche la sostituzione di qualche rubinetto di una o più fontane pubbliche.

  • Di (---.---.---.21) 8 giugno 2011 00:51

    Affinché i servizi pubblici possano essere gestiti in una vera forma di concorrenza è necessario che i medesimi vengano trasferiti attraverso un autorizzazione e non una concessione. Così, per il trapsorto aereo o terrestre, lo Stato deve permettere a tutti coloro che lo vogliono e che si trovano nelle condizioni economiche e professionali per fornire un dato servizio di farlo. Una volta entrati nel mercato si faranno concorrenza tra loro e i cittadini decideranno a quale compagnia rivolgersi per ottenere quel servizio (come succede per le compagnie aeree che viaggiano a Londra, sono tante e si fanno concorrenza). Se si concede un monopolio ad un unico privato, come succede per la tratta via aerea tra Bologna-Olbia e viceversa che costa 175, 00, si finisce per favorire un pivato che specula sfruttando la sua posizione di monopolista. Naturalente questo discorso va escluso per i monopoli naturali che devono rimanere pubblici. Lo Stasto se vuole migliorare il servizio idrico faccia più controlli e preveda pene più severe per gli amministratori che lucrano o utilizzano come serbatoio di voti le aziende pubbliche.

  • Di (---.---.---.21) 8 giugno 2011 00:53

    Specifico: 175 euro per i residenti o per i nativi, per chi non lo è il prezzo del biglietto andata e ritorno è di 235 euro.

  • Di (---.---.---.21) 8 giugno 2011 01:02

    Salve, sono uno studente della Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali di Torino. Vi scrivo per smentire alcune delle bugie che il nostro governo e i giornali continuano a raccontare agli italiani in merito alla necessità di esternalizzare i servizi pubblici locali, come i rifiuti e i trasporti.
    Invero, è stata diffusa dagli organi di informazione la notizia che la normativa dell’Unione Europea imponga a tutti gli Stati membri di privatizzare i servizi pubblici locali, ossia di cederne la gestione a soggetti privati tramite gara ad evidenza pubblica.

    Tale affermazione è falsa perché è la stessa Corte di Giustizia che ha stabilito che l’affidamento diretto a società interamente pubbliche, appositamente istituite dal medesimo ente affidante, è perfettamente legittimo e spetta a ciascun ente decidere se avvalersene o meno. Naturalmente la Corte ha posto dei limiti, come l’esercizio di un controllo analogo, la realizzazione della gran parte dell’attività della società a favore dell’ente che l’ha costituita e, inoltre, ha anche previsto che la società interamente pubblica affidataria diretta (ossia senza aver svolto la gara) non possa partecipare ad altre gare indette da altri enti locali. Tali limiti servono per evitare distorsioni della concorrenza che si verificherebbero se un società gestisse un servizio pubblico, senza averlo conseguito con gara.

     

    La Decisione della Corte di Giustizia è la sentenza 6 aprile 2006, Causa C-410/04, la quale è stata emanata su rimessione del T.A.R Puglia, Bari, sez. III, 8 settembre 2004, n. 885, che sosteneva che l’affidamento diretto a società pubbliche create ad hoc dal Comune non fosse ammissibile dall’ordinamento Comunitario, posizione oggi avvallata dal Governo Italiano e dalla “stampa” ma smentita dalla Corte di Giustizia che l’ammette a determinate condizioni.

    Si deve concludere, pertanto, che l’acqua, per il diritto europeo, può essere gestita anche dagli enti pubblici, come i comuni. Le sentenze citate possono essere scaricate dal sito della Corte di Giustizia Europea e da quello della giurisprudenza amministrativa.

  • Di (---.---.---.21) 8 giugno 2011 01:05

    La Decisione della Corte di Giustizia è la sentenza 6 aprile 2006, Causa C-410/04, la quale è stata emanata su rimessione del T.A.R Puglia, Bari, sez. III, 8 settembre 2004, n. 885, che sosteneva che l’affidamento diretto a società pubbliche create ad hoc dal Comune non fosse ammissibile dall’ordinamento Comunitario, posizione oggi avvallata dal Governo Italiano e dalla “stampa” ma smentita dalla Corte di Giustizia che l’ammette a determinate condizioni.

    Si deve concludere, pertanto, che l’acqua, per il diritto europeo, può essere gestita anche dagli enti pubblici, come i comuni.

     le sentenze sono scaricabili sul sito della giurisprudenza amministrativa e su quello della corte di giustizia.

  • Di illupodeicieli (---.---.---.170) 8 giugno 2011 11:41

    Avevo già letto considerazioni come quelle scritte nell’articolo: la cosa mi preoccupa perchè ,a parte le conferme sul modo di operare del parlamento, ovvero il finanziamento pubblico dei partiti è sostituito dal rimborso (o cose simili). Ma penso anche a Parigi,dove la gestione dell’acqua è ritornata in mano al comune: mi chiedo allora come stanno le cose o come potrebbero diventare in caso di vittoria dei sì. Penso alle bollette recapitate dopo un anno,con cifre che ai più richiedono il ricorso a prestiti da parte di banche o finanziarie. Quanto al discorso dei trasporti ricordo che in Sardegna, a parte la flotta sarda, c’è ancora da ridiscutere il trasporto su gomma che è per ora ancora appalto (senza gare mi pare) dell’azienda regionale (arst) ma che dovrà prima o poi essere regolarizzato da una gara europea. Immaginiamo cosa succederà se chi dovesse aggiudicarsi l’appalto è una società estera. Quanto al privato è meglio, ricordiamo cosa accadde in Gran Bretagna quando la Thachter privatizzò le ferrovie (o alcune tratte): manutenzione non fatta e aumento di incidenti, mentre non so niente sulla puntualità e pulizia. Ovvio che altri diranno che se si privatizza occorre vigilare e fare le cose seriamente.

  • Di Virginia Visani (---.---.---.73) 9 giugno 2011 10:04
    Virginia Visani

    Articolo interessante, comunque la si pensi. E’ un’opinione che si può condividere o contestare. Il fatto è che l’articolista sembra molto informato, più della media dei cittadini che si rigirano in mano le due opzioni SI e NO.
    Inoltre l’articolo ha il pregio di mettere in guardia nei confronti delle ipocrisie dilaganti in tutti i campi e dunque anche per quanto attiene ai referendum. Ma chi ci crede più, se mai ci ha creduto, alle BALLE COLOSSALI di Di Pietro?
    Poi, che si condivida o meno l’articolo, la possibilità di farsene un’opinione è data anche dai commenti, numerosi e articolati.
    Insomma voglio dire che per ogni cosa bisogna essere informati rigettando i luoghi comuni dei governanti che, a parole, sembrano volersi muovere soltanto per "il Bene del Paese": Nei fatti invece....

    • Di luciano (---.---.---.3) 12 giugno 2011 23:35

      Dovresti dirci quali sono le "balle colossali" di Di Pietro, che in ogni caso è uno dei pochi -in una platea di politici addormentati- che si è sempre opposto con veemenza a Berlusconi (che L’Economist stesso ha appena definito "l’uomo che ha fregato un intero Paese", "the man who screwed an entire country") riconoscendo in quello il primo vero problema dell’Italia.
      Ad ogni modo il suddetto articolo mi sembra oltretutto ingenuo perchè non vi si mette in conto che un domani la remunerazione potrà subire rimaneggiamenti, dato che viviamo in un paese di corrotti e furbetti, come è stato già fatto osservare.

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