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Recupero crediti in tempo di crisi: come farsi pagare dallo Stato

Per le imprese in crisi e sul perché l’Amministrazione Pubblica non le paga, ho qualche suggerimento da dare.

Lo Stato è il più grande debitore d'Italia, è un ente con debiti e garanzie date per oltre 3.500 miliardi di euro, debiti e garanzie che superano ogni possibilità d'immaginazione, ma è anche un grosso capitalista, anche se molti suoi beni sono sottratti per legge alle azioni esecutive. Non solo è proprietario di spiagge, foreste e miniere (patrimonio indisponibile), ma è anche proprietario di molti altri beni immobili.

Ma lo Stato è anche un grande creditore. Ha miliardi e miliardi di crediti. Penso che si possa procedere anche al pignoramento dei crediti fiscali dello Stato, nonostante una recente ed unica sentenza della III Sezione di Cassazione sostiene, per inciso, il contrario.

A mio avviso, il ragionamento della Corte è stato, però, più politico che giuridico. In tale sentenza, che verteva sulla pignorabilità o meno delle somme giacenti presso le banche incaricate della riscossione delle imposte, i supremi giudici hanno deciso in senso negativo, ma i giudici di 1° e 2° grado avevano dato ragione al creditore pignorante. Anche perché quello che non è aggredibile è il patrimonio indisponibile dello Stato e delle amministrazioni locali, mentre il denaro è parte di quello disponibile. Tanto che lo Stato ne dispone continuamente per mille usi diversi, talvolta anche frivoli o irrilevanti e, quindi, di certo non tendenti al bene pubblico.

Probabilmente l’organo giudicante ha tralasciato, nella formazione del suo giudizio, tre fattori:

1) che la sua funzione non è quella di applicare la legge, ma di rendere giustizia applicando la legge, anche se spesso trasforma il mezzo nel fine;

2) che le Costituzioni, la nostra e quelle di tutto il mondo civile, hanno lo scopo primo di tutelare il cittadino dallo Stato e dal suo potere, che è immenso;

3) che nell’adempimento contrattuale le parti devono agire con correttezza e buona fede, cosa che, nel caso in questione, lo Stato, come si vedrà in seguito, non fa. Nulla di ciò sembra entrare nella sentenza in esame e, inoltre, gli attori della controversia forse hanno dimenticato che, al di sopra della Cassazione, c’è la Corte dei diritti dell’uomo e quella costituzionale.

Detto tutto questo, quello che voglio suggerire ai creditori dello Stato è: 1) di agire in gruppo, magari cedendo ad una finanziaria creata appositamente i propri crediti;

2) di pignorare i crediti fiscali dello Stato. E’ certo che lo Stato farà opposizione, ma è anche certo che sino a che la controversia non sarà persa le somme rimarranno congelate e, forse, questo spingerà la P.A. a fare pagamenti parziali in cambio dalla liberazione del compendio. Sarà sempre meglio che aspettare la “mancia” di 5 miliardi sugli 80 dovuti ipotizzata dal ministro Passera;

3) di comunicare allo Stato tutti i danni che si subiscono per affari persi a causa del suo inadempimento, per prepararsi a chiederne il risarcimento.

Teniamo presente che lo Stato ha anche altre entrate non fiscali. Ad esempio, le locazioni delle spiagge agli stabilimenti balneari, il frutto del taglio dei boschi, i canoni per le varie aste tv ora in programma ed ogni altro tipo di concessione. Poi ci sono i fitti del patrimonio immobiliare dello Stato, quel patrimonio di cui ogni tanto si farnetica la vendita e che (caserme e simili a parte) è patrimonio disponibile.

Nonostante la citata sentenza, ripeto, come i giudici di primo e secondo grado della vicenda, sono convinto che siano pignorabili anche tutti i crediti fiscali e inoltre che, quando lo Stato avrà visto pignorare 70 miliardi di IVA, circa il 70% del gettito annuale del tributo, verrà a patti, prima della fine della contesa, perché l’aspetto più ignobile di questa insolvenza è che non è vero che lo Stato non ha i mezzi finanziari per pagare. Il fatto è che preferisce far fronte ad altri impegni: il finanziamento pubblico ai partiti, le sovvenzioni ad una miriade di enti pubblici inutili e di giornali che non legge nessuno, le spese “faraoniche” delle Camere (una spesa faraonica è quella fatta da un faraone paranoico).

E c’è un’altra cosa che si può pignorare allo Stato: il ricavato della vendita dei BOT, che sono obbligazioni il cui fine non è sempre pubblico. Negli ultimi tempi, alcuni imprenditori impossibilitati ad andare avanti per mancati incassi di forniture di Stato, si sono suicidati. Si tratta di veri e propri suicidi “di Stato” o istigati dallo Stato. Certo potrà accadere che nessuno di questi mezzi sia riconosciuto valido dalla magistratura e pure che ognuno di essi, dopo anni di lotte, venga dichiarato illegittimo (ma quelle due sentenze di 1° e 2° grado non lo fanno pensare) e, al limite, che lo Stato finisca persino per ottenere un risarcimento danni per l’azione tentata. Ma io sto parlando per quelle persone ridotte alla disperazione, che stanno per fallire e che considerano la possibilità del suicidio. Per loro, entra in ballo il fattore “C.S.F.”. C.S.F. =chi se ne frega.

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