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Questione Meridionale: Renzi, Salavini e l’Italia razzista

Non mi stupisce che Matteo Renzi un giorno parli del Sud, dei piagnistei con toni da Salvini, e l’altro di un piano miracoloso che in breve risolverà quella “Questione meridionale” che già Mussolini aveva dichiarato definitivamente chiusa. Non è vero che la storia non abbia nulla da insegnare a nessuno. La verità è che spesso gli allievi sono scadenti.

Molti pensano che Salvini sia un’anomalia e che il razzismo fascista fu il prezzo pagato all’alleanza col Reich di Adolf Hitler, ma non è andata precisamente così. Per lo più, i settentrionali che ebbero ruoli di primo piano nel processo di unificazione nazionale nutrirono un autentico disprezzo per la gente del Sud; per Ricasoli, i meridionali erano “un lascito della barbarie alla civiltà del secolo XIX”; buona parte della stampa piemontese dell’epoca li definiva figli di una terra “da spopolare” e c’era persino chi propose di mandarne gli abitanti “in Africa a farsi civili”. Una razza inferiore, insomma, da educare col bastone. 

“Qui stiamo in un Paese di selvaggi e di beduini”, affermò il deputato Vito De Bellis e, di rincalzo, Carlo Luigi Farini, luogotenente del re nelle terre del Sud e, di lì a poco, Presidente del Consiglio, nel dicembre 1860, dimenticata la “passione unitaria“, non esitò a scrivere a Minghetti: “Napoli è tutto: la provincia non ha popoli, ha mandrie [...]. Con questa materia che cosa vuoi costruire? E per Dio ci soverchian di numero nei parlamenti, se non stiamo bene uniti a settentrione“.

Partiti da queste convinzioni, i galantuomini della Destra storica produssero infamie come la Legge Pica, i villaggi bruciati assieme agli abitanti, i processi sommari, le fucilazioni senza processo, le deportazioni e il carcere a vita. Un fiume di sangue che battezzò la “nazione unita” prima del macello di proletari che alcuni chiamano “Grande Guerra”.

In realtà, un filo rosso lega tra loro gli eventi della storia e dietro il razzismo c’erano e ci sono ceti dirigenti, interessi di classe e la ricerca di un alibi per la feroce difesa di privilegi. In questo senso, non basta ricordare che il 5 agosto del 1938 il fascismo scoprì la superiorità della “razza italiana” e mise mano alle leggi razziali. Occorrerebbe aggiungere un dato particolarmente significativo, sul quale, invece, si preferisce tacere: Businco, Franzi, Landra, Savorgnan e tutti gli altri “scienziati” che compaiono come autori o sostenitori del Manifesto della razza, conservarono la cattedra dopo il fascismo; qualcuno fece addirittura una brillante carriera e tutti continuarono a “formare” le giovani generazioni.

Buona parte di ciò che accade oggi ha profonde radici in un passato con il quale non abbiamo mai fatto seriamente i conti. Il giornale che pubblicò il famigerato “Manifesto” del 1938 – “La difesa della razza” – ebbe come segretario di redazione un equivoco personaggio, che alcuni anni fa Giorgio Napolitano, presidente della “Repubblica nata dall’antifascismo”, volle commemorare in Parlamento: il fascista Giorgio Almirante, futuro capo di gabinetto del ministro Mezzasoma a Salò, nella tragica farsa passata alla storia col nome di “Repubblica Sociale”. Un uomo, per intenderci, coinvolto successivamente in oscuri rapporti con bombaroli neofascisti, che sfuggì al processo, facendosi scudo dell’immunità parlamentare e sfruttando, infine, un’amnistia.

Un caso eccezionale? Assolutamente no. Caduto il fascismo, i camerati di Almirante pullulavano nei gangli vitali della Repubblica “antifascista” e non fu certo un caso se l’amnistia di Togliatti si applicò solo a 153 partigiani e salvò 7106 fascisti. Magistrati, Prefetti e Questori avevano fatto tutti carriera nell’Italia di Mussolini e nel 1955, quando si giunse a tirare le somme, i numeri erano agghiaccianti: 2474 partigiani fermati, 2189 processati e 1007 condannati. Quanti finirono in manicomio giudiziario non è dato sapere, ma non ci sono dubbi: ce ne furono tanti.

In quegli anni cruciali trova le sue radici la sottocultura che ispira la linea “politica” di Salvini. Anni in cui la scuola di polizia fu affidata alla direzione tecnica di Guido Leto, capo dell’Ovra prima di Piazzale Loreto, e Gaetano Azzariti, che aveva guidato il Tribunale fascista della razza, prima collaborò con il Guardasigilli Togliatti, poi fu nominato giudice della Corte Costituzionale, di cui, nel 1957, divenne il secondo Presidente, dopo la breve parentesi di De Nicola.

Confermato il Codice Penale del fascista Rocco, Azzariti, ex fascista, fu incredibile relatore sulla competenza della Consulta a valutare la costituzionalità delle leggi vigenti prima della Costituzione repubblicana. Di lì a qualche anno, nel dicembre del 1969, quando Pino Pinelli volò dal quarto piano della Questura di Milano, essa – è inutile dirlo – era affidata a un fascista, quel Marcello Guida che a Ventotene era stato carceriere di Pertini, Terracini e dello stato maggiore dell’antifascismo.

E’ questo il mondo dal quale, senza che probabilmente se ne renda conto, proviene la concezione della politica che esprime Renzi. Il mondo che, dal 1948 al 1950, secondo i dati inoppugnabili di una legge varata nel 1968, creò 15.000 perseguitati politici, condannati a 27.735 anni di carcere dai giudici che la repubblica aveva ereditato dal fascismo. In proporzione, molto peggio di quanto fecero in vent’anni Mussolini e i suoi.

C’è un dato ancora che va ricordato: a partire da settembre, grazie alla riforma della scuola, su questa realtà cadrà una pietra tombale e chi vorrà insegnare la storia nelle nostre scuole dovrà fare i conti col rischio del licenziamento. Diciamolo chiaro: siamo ben oltre il livello di guardia.

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