Quando la felicità era fatta di poco i bambini usavano la fantasia e i giocattoli veri restavano nelle vetrine delle mercerie perché in casa c’erano cose più urgenti da comprare. I bambini più fortunati potevano contare sulle costruzioni in legno o sulle macchinine di latta. Barby e le sue eredi non erano ancora nate e le bambine potevano aspirare solo a bamboline di pezza imbottite di segatura, con abiti da damina e visi in miniatura.
Se giocavano all’aperto, sceglievano in genere tra la “campana” (nella foto), il “nascondino” o il salto della “corda”. Ma anche così le ore scorrevano serene alternandosi a quelle della scuola, senza altre alternative fino a quando la televisione non invase le case. Nel silenzio dei paesi il vociare di chi giocava riempiva la strada, il giardino, la piazza della chiesa. Come per un passaparola misterioso i giochi rimbalzavano ciclicamente di rione in rione e ci si divertiva allo stesso modo, creando i giocattoli con materiali poveri e facilmente reperibili, rivivendo quelli che venivano dalle tradizioni di sempre, rincorrendosi dietro un pallone di plastica o rintanandosi nel gioco più praticato, “’a guerra”, forse perché la lotta è istintiva nei maschietti o forse perché a casa, nei racconti attorno al braciere, il ricordo era ancora troppo vivo. La pistola era di legno, intagliata con ore di lavoro, la spada era fatta da una tavoletta lunga e sottile incrociata da un bastoncino a fare da elsa e il fucile era sempre di legno ma, per i più sofisticati, portava un elastico che si tendeva dalla punta della “canna” fino a una tacca sul “calcio”. Si mirava e col pollice si faceva scattare l’elastico per vederlo schizzare in avanti di qualche metro. I mucchi di sabbia dei muratori erano provvidenziali per giocare “a palline”, le biglie di vetro multi colorate. Si scavava prima il percorso inventandosi curve e rettilinei, si creavano ardimentosi tunnel proteggendo il tetto con un legno coperto di terra e poi iniziava la gara. Pollice e indice o pollice e medio, le dita che scroccavano tra di loro con un giusto dosaggio e la pallina partiva verso il traguardo, badando bene a non debordare.
Lo strummolo, ancora oggi in auge, era invece una minitrottola di legno che doveva girare più a lungo possibile su se stessa dopo essere stata lanciata tramite una cordicella che l’avvolgeva tutto intorno nelle scanalature a spirale. La bravura consisteva nel far cadere ‘o strummolo perfettamente perpendicolare al terreno, dandogli con il lancio che srotolava la funicella la giusta velocità. Quando il lancio non riusciva ‘o strummolo cadeva a terra barcollando come un ubriaco. Chiamavamo “freccia” quella che era la fionda. Si girava nei giardini e negli oliveti per trovare il ramo giusto da staccare. Doveva avere la forma di una Y abbastanza aperta e biforcuta. Sui due lati svasati si legavano i lacci di gomma normalmente ritagliati da una vecchia camera d’aria e fissati ai legnetti con un cordellino di metallo. Tra i due lacci si inseriva una pezza di pelle, scarto del calzolaio di famiglia, che serviva a contenere il sasso, pronto a partire come un proiettile dopo aver teso e rilasciato gli elastici. I più birichini usavano la fionda per andare a caccia di uccellini o lucertole, gli altri per centrare bottiglie o barattoli.
Stessa cosa accade nei paesi più poveri... dove i bambini poveri e a volte anche gli affamati (...)
27/09 10:53 - Damiano MazzottiParco della vittoria [parte seconda] - 13 Giu.
Parco della vittoria [parte prima] - 12 Giu.
E le stelle stanno a guardare - 29 Mag.