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Processo Mediaset: bloccare il parlamento per tre giorni (sperando nella resurrezione)

La Corte di Cassazione fissa l'udienza per il ricorso al 30 luglio, a fronte di una deadline al 27 settembre. Scoppia così il finimondo, tra aventiniani, antagonisti e responsabili. Una nota della corte spiega che si tratterebbe di una necessità al fine di evitare la scadenza in prescrizione - per il 1 agosto - ma ormai la grossa occasione è a portata di mano. Facile quindi "buttarla in caciara".

Ieri la Corte di Cassazione ha fissato la data per la prossima udienza del caso Mediaset al 30 Luglio. L'udienza avrebbe come oggetto la discussione del ricorso presentato da Silvio Berlusconi, ma non pochi sospetti erano nati riguardo i tempi della prescrizione, specie per quanto riguarda il pesantissimo capo dell'interdizione perpetua. Tale elemento avrebbe potuto incidere in maniera profonda nella vita politica italiana, ma rischiava di cadere in un nulla di fatto, se il termine fosse stato superato. Di qui lo scontro.

Di fronte allo scenario apertosi il PdL si è subito mobilitato, paventando nelle parole della Santanché la possibilità di porre al parlamento una moratoria di rinvio delle attività parlamentari per la durata di tre giorni. La ragione lamentata dai legali di Berlusconi/onorevoli del PdL era l'incongruenza tra la data prescelta e una deadline attorno al 26-27 settembre. Ad intervenire era già stato attorno alle dieci del mattino Renato Schifani, dando vita ad una battaglia di dichiarazioni, controdichiarazioni e correzioni (qui la cronaca).

Subito si era spiegato che non di blocco si trattava, ma di sospensione al fine di agevolare i lavori di colloquio interno al partito. Per rendere tutto questo credibile sarebbe bastato tacitare l'onorevole Santanché, che alle 11.11 dichiarava tutto il contrario, ma ormai il danno era fatto, e l'ipotesi di una politica manipolatoria e intimidatoria del parlamento aveva già preso il volo. D'altronde è lo stesso Il Giornale a chiudere il cerchio del legame tra l'andamento del processo e la scelta del PdL. E - si sa - Il Giornale è piuttosto vicino alle intenzioni del partito.

A saltare non è solo l'attività generica del parlamento, ma anche quella del vertice di maggioranza sul fantomatico decreto "Fare" che ultimamente aveva focalizzato l'attenzione dei deputati. A spiegarlo è lo stesso Renato Brunetta, pur restio a parlare in termini aventiniani. Già al primo luglio infatti si registrava il rischio di prescrizione, e quindi risulta alquanto arduo non essere d'accordo con chi su Il Giornale commenta: "Sarebbe bastato, da parte dell'imputato, rinunciare alla prescrizione, e la sentenza sarebbe arrivata a settembre". La risposta degli altri rappresentanti non si è fatta attendere, sottacendo quello che poi sarà Nuti (M5S) a dire: "Assurdo che il Parlamento sia ostaggio del Pdl". Più moderati gli altri partiti, attenti a non sprecare le possibilità residue di ricomposizione, onde evitare il collasso del governo.

Renato Schifani ha rassicurato tutti dichiarando che le riforme non verrranno rallentate, ma sarebbe difficile non pensare al paragone con quella marcia sul tribunale della quale Gomez rivelò subito la natura intimidatoria. Specie a vedere poi come Il Giornale non perda l'occasione, attaccando a testa bassa un Corriere della Sera che già se la passa maluccio, saldato senza pietà ai giudici di sinistra, forse perché non si è lasciato accaparrare: da tutti ma non dal Cav.

Uno scontro che si consuma anche e soprattutto sulle pagine di giornale, ma che nel frattempo potrebbe bloccare il parlamento. E le riforme, checché ne dica Schifani e nonostante le belle speranze paventate in coro e bipartisan dall'intero parlamento per mesi. D'altronde, come sempre, B. viene dato per morto. Ma sappiamo che poi risorge.

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