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Pericolosità sociale o società pericolosa?

Giunta a ridosso delle dure condanne chieste per gli imputati dei fatti di Roma del 14 dicembre 2010, l’occupazione dell’ex Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Napoli, ha messo l’accento sull’uso politico della giustizia e su quel codice Rocco che, invece di far parte del museo degli orrori fascisti, è la bibbia della legalità nella repubblica antifascista.

Chi sfida la minaccia di sgombero della Guardia penitenziaria ed entra nelle celle dei detenuti, trasferiti da alcuni anni in un altro manicomio, si trova subito di fronte una sofferenza invisibile ma palpabile, un dolore così intenso, che presto diventa anche suo. Persino gli angoli remoti dell’immenso edificio, infatti, chiedono ascolto ai visitatori inorriditi. Sono voci che attraversano la ragnatela di corridoi, cancelli, sbarre e reticolati e raccontano vite oltraggiate, ancora leggibili nelle scritte sui muri delle celle, talora così minuscole e soffocanti, che entrarci e chiudersi alle spalle la porta, vuol dire sentirsi soffocare.

Si può restare dieci anni in un posto così, solo per aver scassinato un distributore di sigarette e poi, espiata la condanna a due anni, non avere chi faccia da garante per il reinserimento. Persino i piedi dei letti di continenza, saldati al pavimento, hanno mille storie da raccontare a chi si ferma e sente che tutto gli parla di piscio, escrementi e violenza, compagni abituali del detenuto “contenuto”. Chi trova la forza di non andar via scopre che le voci hanno un volto e se ne sceglie uno tra le foto sparse su tavoli abbandonati, foto che i “matti” non hanno mai visto, come non hanno mai ricevuto lettere ormai ridotte in brandelli e molto probabilmente mai consegnate.

A governare il tutto, un principio feroce: la “pericolosità sociale”, l’attitudine a delinquere. Figli naturali della “scienza positiva” di Lombroso, che s’inventò la razza inesistente dell’uomo-delinquente, che fu utilizzata con grande perizia dalla criminale politica fascista. Quella politica di cui il Codice Rocco, ereditato dalla Repubblica antifascista, è stato e rimane il prodotto più riuscito.

Dalla struttura bifronte, qui il disagio psichico, lì quello sociale, si potranno tirar fuori le “Mille e una notte” dell’orrore, ma occorrerà ben altro per scalfire la logica aberrante dell’articolo 133 del Codice Penale, parzialmente attenuato dalla successiva abolizione di alcune ipotesi di ”pericolosità sociale presunta”. Una modifica che non riguarda il principio ispiratore dell’articolo. Il punto vero, infatti, è proprio questo: fascista era e rimane il riferimento vigente alla “personalità del delinquente”, che rende centrale, rispetto al “fatto” commesso, la “natura” e il carattere del reo. Impresso a fuoco lo stigma della “pericolosità sociale”, lo Stato – repubblicano o fascista qui non fa differenza – ipoteca il futuro di chiunque sia incompatibile con l’ordine costituito e può zittire per sempre chi non si adegua al modello sociale dominante. Un terreno fatalmente scivoloso per il dissenso politico.

Ieri come oggi, per finire in mano a questa “giustizia” malata non occorre molto. La fine di Daniele Mastrogiacomo, il maestro anarchico morto dopo novanta ore di letto di continenza, ne è la prova agghiacciante. Per entrare da vivi all’infero, non occorre la responsabilità di reati efferati e seriali. Bastano a volte la reiterazione di crimini di lieve entità, commessi con un chiaro intento volontaristico. Quell’intento che dimostra, cioè, coscienza e volontà di violare regole del gioco. Per questa via passa la sterilizzazione dei deboli strumenti del garantismo e delle tutele assicurate dalla Costituzione antifascista. Fascismo o repubblica, le condizioni di emergenza, le eterne leggi speciali, l’incertezza della norma, le formule indeterminate, danno al diritto penale un’impronta politica strettamente legata a una concezione dello Stato. Quella concezione che trasforma il “criminale politico”, il vagabondo e persino la vittima dello sfruttamento, nel “nemico”, nel sabotatore degli interessi vitali di un Paese che utilizza ancora un codice nel quale i “delitti contro la sicurezza dello Stato”, codificati da Zanardelli sono diventati “delitti contro la personalità dello Stato”.

Noi potremo modificare negli anni e fingere di chiuderli i manicomi giudiziari, non cambierà nulla, finché sarà vigente il principio che li tiene in vita: la “pericolosità sociale”, laddove pericolosa è invece la società che nega diritti e produce disagio, disperazione e “reati”. E’ questa la verità che raccontano le storie di vite spezzate da uno Stato che non si limita a tutelare il cosiddetto ordine pubblico, ma crea reati e sistemi di pene che tendono a cancellare ogni forma di conflitto per garantire il tornaconto economico, i privilegi politici e il sistema di valori delle classi dominanti.

“Liberato”, più che occupato, l’ex Ospedale Psichiatrico Giudiziario mostra al visitatore che al suo interno è stata reclusa anzitutto ogni maniera di vivere ritenuta incompatibile coi valori riconosciuti dal pensiero dominante. Lì è finito chi quei valori ha contestato o rifiutato, chi quel tornaconto ha denunciato, violando la norma. Il reato vero che vi è stato frequentemente punito, quindi, non è il “fatto commesso”, ma l’espressione di una volontà contraria al regime vigente, il gesto di ribellione ai privilegi di minoranze di cui lo Stato si fa garante.

Rovesciando il ragionamento giuridico, che dovrebbe occuparsi del fatto, ha prevalso così il concetto fascista della repressione come difesa del potere. Dati sulla realtà repubblicana non è facile trovarne, ma un’idea ce la possiamo fare esaminando i criteri adottati per combattere il “terrorismo”. In quanto all’Italia liberale e fascista, un elemento certo svela la logica repressiva che la repubblica eredita dal fascismo: come fosse un male contagioso, più sono stati ristretti i margini di libertà e pericoloso è diventato di conseguenza il potere, più sono aumentati i casi di dissidenti politici “impazziti”. Tra pericolosità sociale di natura politica e manicomio, si è creato così un rapporto di proporzioni tanto abnormi, che l’otto per cento dei “sovversivi” è finito in ospedali psichiatrici. Naturalmente, tantissimi tra loro erano così “folli”, che vi sono poi rimasti sepolti per sempre.

Così stando le cose, si può onestamente credere che tutto questo non c’entri con la drammatica realtà di un Paese che, nel pieno di una crisi economica che è anche crisi istituzionale, da un lato restituisce ai fasti fascisti l’anima repressiva del Codice Rocco, dall’altro rifiuta di darsi una legge sulla tortura?

 

Seconda foto: 

Ex OPG Occupato - Je so' pazzo/Facebook

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