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  Home page > Attualità > Economia > Perché questa crisi (non) rappresenta un’opportunità di ripresa
di حكيم النور (sito) venerdì 22 luglio 2011 - 0 commento oknotizie
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Perché questa crisi (non) rappresenta un’opportunità di ripresa

La storia ci insegna che l'andamento dei cicli economici si svolge secondo una caratteristica forma a V: ad ogni recessione segue una pronta ripresa. In altre parole, le crisi hanno sempre una sorta di “effetto molla” sulla crescita globale.

Eppure, a tre anni dalla crisi finanziaria, le prospettive di ripresa dell'economia globale sono ancora incerte, e nessun esperto ha finora saputo rispondere se e quando questa insicurezza passerà. I debiti sovrani, l'instabilità monetaria, le crisi alimentari ed energetiche accrescono tali dubbi. In un mondo postcrisi, sono segnali di un recupero fallito.

Il motivo è semplice. Il tipico ciclo dell'economia si manifesta come un meccanismo naturale di ammortizzazione tale da scongiurare gli eventi imprevisti. I quali non impediscono il recupero del sistema. Più profonda è la crisi, maggiore è la forza di ripresa. E più elastico è il rimbalzo della V.

Lo scenario attuale è molto diverso. Produzione e occupazione stentano a recuperare. In pratica, mancano del rimbalzo a V: il sistema non sta riuscendo ad assorbire i precedenti traumi, il che lo espone inevitabilmente shock ulteriori. Un autentico salasso per un'economia già indebolita e inchiodata alla velocità di stallo del 3% di crescita annua, che potrebbe aprire le porte (rectius: il baratro) di una nuova recessione.
Ad un primo sguardo, i numeri sembrano offrire segnali incoraggianti. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, il PIL mondiale ha avuto rimbalzo del 5,1% nel 2010 e dovrebbe aumentare del 4,3% per cento nel 2011. Ma poiché questi risultati seguono la pesante contrazione del biennio 2008-2009, sono ben lontani dal rappresentare la traiettoria di una autentica ripresa a V. Il PIL globale del 2012 dovrebbe attestarsi intorno al 2,2%, segno che per allora i postumi della crisi manifesteranno ancora i loro effetti. E non dimentichiamo che le previsioni sono sempre suscettibili di correzioni al ribasso. Lo stesso dato del 4,3% per il 2011 è inferiore di un decimo di punto percentuale a quello previsto appena due mesi fa.

La tempesta è passata, ma i venti contrari restano. La crisi del debito nell'eurozona (e negli Usa), la catastrofe biblica in Giappone, le tensioni nel mondo arabo, l'aumento dei prezzi di materie prime e generi alimentari, l'ombra della speculazione restano fattori altamente destabilizzanti. Singolarmente, nessuno di essi è in grado di far deragliare l'attuale ripresa globale, ma l'effetto combinato potrebbe avere conseguenze preoccupanti. Soprattutto in uno scenario congiunturale ancora convalescente.
L'ipotesi di una doppia recessione non è del tutto peregrina. I proclami di un'economia mondiale pronta a risorgere come un'Araba fenice dopo ogni fase critica è dettata più da un ingenuo ottimismo che da un'oculata analisi della realtà. La spinta attesa dalla ricostruzione in Giappone o sulla scoperta di nuove riserve petrolifere nell'Artico o a largo del Brasile possono essere sufficienti a risollevare gli entusiasmi, ma non a incoraggiare una vera rinascita. Una ricostruzione ha sempre dei costi occulti che secondo studi recenti ne annullano almeno in parte la virtuosità. La scoperta di nuovi giacimenti non è che uno dei molteplici fattori alla base delle oscillazioni dell'oro nero sui mercati.
La crescente debolezza degli Stati Uniti, la rinnovata volatilità finanziaria e il rischio di una nuova bolla immobiliare sono elementi che molti sapientoni dell'economia non avevano previsto. Eppure la crescita del debito federale, la presenza di ingenti quantità di derivati nei portafogli di banche ed enti pubblici e la nuova corsa al credito in conseguenza del taglio dei tassi erano fenomeni ampiamente pronosticabili. E all'indomani della peggiore recessione dei tempi moderni, potrebbero minare alla base la capacità di autorigenerazione del sistema.


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