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di Oggiscienza (sito) mercoledì 30 maggio 2012 - 0 commento oknotizie
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Per fare un farmaco ci vuole una pianta

Le sensazioni del ricercatore Ari Zimran, membro del comitato scientifico di Protalix Biotherapeutics, e dei suoi collaboratori, le possiamo solo immaginare, quello che invece sappiamo è che il farmaco sul quale stava lavorando da dieci anni, la taliglucerasi alfa, sviluppato dall'azienda israeliana Protalix Biotherapeutics e commercializzato da Pfizer, è stato approvato dalla Food and Drug Administration (FDA). Cosa c'è di nuovo in questo? 

Elelyso, questo il suo nome commerciale, è il primo farmaco biologico prodotto all'interno di cellule vegetali a essere approvato. Un traguardo quindi che va oltre l'azienda, investendo più in generale sia il campo farmaceutico sia le biotecnologie agrarie. La malattia rara di Gaucher alla quale Elelyso si rivolge è causata dalla carenza dell'enzima glucocerebrosidasi che agisce all'interno dei macrofagi trasformando una sostanza di scarto in due sostanze utili all'organismo. 

Quando l'enzima non è sufficiente, il glucocerebroside si accumula, ingrossando i macrofagi e provocando sintomi che vanno dalla anemia fino a problemi neurologici.

L'idea di Protalix è stata quella di inserire nelle cellule di carota una versione sana del gene umano che codifica per la glucocerebrosidasi, estraendo e purificando poi l'enzima prodotto, purtroppo per ora in dosi basse. La taliglucerasi alfa, nome dell'enzima ottenuto, ha potuto beneficiare di un iter di sperimentazione e approvazione agevolato tipico dei cosiddetti farmaci orfani, ossia quelli che coinvolgono patologie rare per le quali le aziende potrebbero non avere grossi ritorni economici in risposta a investimenti consistenti.

Attualmente esistono altri due farmaci per questa malattia, uno dei quali è strutturalmente analogo a Elelyso, ma sviluppato all'interno di cellule di criceto modificate (Cerezyme di Genzyme). Queste cellule tuttavia richiedono condizioni di crescita complesse, temperature precise, e ambienti liberi da virus in grado di infettare sia i criceti sia l'uomo. Tutto questo ha portato a problemi nella produzione stessa del farmaco e a un aumento dei costi. Le cellule di carota invece sono più resistenti e semplici da trattare e il loro uso potrebbe aprire le porte ad investitori scettici e a nuove linee di ricerca.

Abbiamo chiesto ad Alessandro Vitale, dirigente di ricerca del Cnr che si occupa di biologia molecolare delle piante presso l'Istituto di Biologia e Biotecnologia Agraria, di spiegarci meglio alcuni concetti chiave nell'uso e nei problemi di piante e cellule vegetali. Il prossimo step? Poter sdoganare l'utilizzo di piante intere anziché di colture cellulari. Chissà se Elelyso sarà in grado di funzionare come apripista...

Innanzitutto che cos'è un farmaco biologico?

Nella grande maggioranza dei casi, i farmaci biologici sono proteine, e ora sono ottenute quasi esclusivamente mediante tecnologie di DNA ricombinante, cioè isolando e a volte modificando il gene che codifica per una data proteina, esprimendolo poi in un organismo ospite e purificando la proteina prodotta. Si utilizza questa tecnica perché la purificazione della proteina d’interesse dall’organismo originario è quasi sempre molto più costosa o praticamente impossibile. Questi farmaci sono detti biologici per distinguerli da quelle piccole molecole ottenute per sintesi chimica oppure purificate da batteri, lieviti o piante che le producono naturalmente. Queste piccole molecole (farmaci chimici) alterano l’azione di determinate proteine ma tali trattamenti sono quasi sempre meno specifici di quelli operati utilizzando direttamente proteine, cioè con i farmaci biologici.


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