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  Home page > Attualità > Società > Passaggio d’epoca. Intervista a Pietro Barcellona
di Paolo Calabrò (sito) lunedì 6 febbraio 2012 - 0 commento oknotizie
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Passaggio d’epoca. Intervista a Pietro Barcellona

Pietro Barcellona, già membro del Consiglio superiore della magistratura e deputato alla Camera, è professore emerito di Filosofia del diritto presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Catania. Tra le sue ultime pubblicazioni ricordiamo: Elogio del discorso inutile (Dedalo, 2010); Incontro con Gesù (Marietti, 2010); Viaggio nel Bel Paese. Tra nostalgia e speranza (Città aperta, 2010); (con F. Ventorino), L’ineludibile questione di Dio (Marietti, 2010); L’oracolo di Delfi e l’isola delle capre (Marietti, 2009); Il furto dell’anima. La narrazione post-umana (Dedalo, 2008).

 Il suo ultimo volume è Passaggio d’epoca. L’Italia al tempo della crisi (ed. Marietti, 2011), nel quale il professore ritrae il Bel Paese come una canna esposta ai venti della globalizzazione finanziaria, della tecnoscienza priva di limiti, di un marketing sociale che non solo diseduca i giovani ma li manipola. L’abbiamo intervistato.

Ha scritto che l’Italia è diventata “un Paese gelatinoso a causa del deficit di politica”. Che vuol dire?

Voglio dire che assistiamo a uno spappolamento, a una frantumazione ormai incontrollabile della società (è difficile oggi trovare qualcuno che non sia nevrotico o schizofrenico). La società è tenuta insieme da un collante troppo debole; quando dico “gelatinosa” mi riferisco al fatto che l’Italia si riunisce più intorno al Festival di Sanremo che a un ideale comune relativo alla propria cultura, alla propria identità, al proprio ruolo nel mondo. Frantumazione che vediamo oggi con grande evidenza: ci sono rivolte dappertutto, pezzi di società che si combattono tra di loro; verrebbe da parlare di assenza totale di società. Come la gelatina si scioglie al primo caldo, così questo Paese sembra sempre sul punto di sciogliersi in mille rivoli.

 Ha definito il Suo discorso “reazionario”.

È un’idea che è stato già utilizzata, ad esempio da Berlinguer, che preferiva in verità il termine “conservatore”, mentre io ho voluto calcare la mano sulla reazione alla dissoluzione cui ho appena accennato. Il reazionario è colui che guarda al futuro e vede che non può esserci trasformazione senza tradizione, mentre quello che accade oggi in Italia è proprio un’eclissi della memoria storica. Riportare al centro la memoria come risorsa per pensare il presente può dunque sembrare un’operazione controcorrente; ma a ben vedere, la conservazione certe volte è quanto di più rivoluzionario si possa immaginare.

Punta maggiormente a una critica dell’economia italiana in particolare, o di quella capitalistica in generale?

Io punto a una critica dell’economia capitalitica globale. Certamente la situazione italiana ha le sue specificità, ma ciò che sta per spezzare la corda è questa forma di sviluppo capitalistico essenzialmente finanziario, disancorato dai rapporti con le persone e con i territori, in cui la moneta è diventata una specie di principio autoreferenziale che valorizza se stesso, senza passare per i processi produttivi e per le persone reali che producono. Va evidenziato che il capitalismo attuale non è affatto paragonabile a quello industriale, dal quale è completamente diverso: quello industriale si muoveva all’interno della dialettica tra il capitale e il lavoro, che riusciva a contenerlo (e c’era anche una relativa autonomia della società, che si organizzava secondo tendenze e costumi propri). Adesso invece questo capitalismo finanziario globale ha assorbito l’intera vita delle persone e ha del tutto esautorato la politica. È necessaria una critica di questo capitalismo, non solo di quello italiano.


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