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 Home page > Tribuna Libera > Parliamo un po’ di giustizia in Italia. Sentenza Eternit

Parliamo un po’ di giustizia in Italia. Sentenza Eternit

Premetto che non sono un avvocato né un esperto di materie giuridiche, sono un comune cittadino che ha assistito in prima persona ad accadimenti giudiziari, in sede civile, che lo hanno letteralmente scioccato, sia per i tempi nei quali si sono svolti che per le decisioni contrastanti che si sono succedute e che forse ancora dovranno definirsi.

Dunque, in Italia sia in sede di contenzioso civile che penale, esistono tre gradi di giudizio, almeno nei casi in cui i processi seguano un iter formale completo e non vengano risolti anticipatamente in sede di conciliazione delle parti, accettazione delle sentenze di 1° grado, remissione degli atti per palese infondatezza o insussistenza e infine per prescrizione per intervenuta decorrenza dei termini, la nostra perla nazionale.

Quando si parla di otto - dieci anni di durata media, parliamo per esempio in sede civile dell'intero processuale, significa che a fronte di cause che durano magari due-tre anni anni perché subentra la conciliazione delle parti o la remissione degli atti, molte cause si protraggono per venti o trenta anni e anche oltre. Non è una esagerazione, sono fatti accertati a tal punto che è stata istituita una apposita legge (Legge Pinto del 24 marzo 2001, n.89) per risarcire i malcapitati dalla eccessiva lunghezza dei processi, quando ciò avvenga non per dilazioni provocate dalle parti in contenzioso, ma per omissioni o ritardi ingiustificati della macchina giudiziaria. Insomma quando è il giudice o più in generale il Tribunale a ritardare una decisione. Si consideri poi che anche il ricorso alla legge Pinto richiede a sua volta anni e quindi ulteriori spese legali e che anche qualora venga emessa sentenza di rimborsi a seguito di condanna del ministro della giustizia (come formale titolare della macchina giudiziaria), non è detto come e quando si arrivi a percepire le somme dovute. Anche in questo caso, spesso l'avente diritto scompare prima che lo Stato abbia onorato il suo impegno.

Quando una causa dura decenni, non solo non può essere fatta materialmente giustizia perché nel frattempo possono scomparire i testimoni, le prove o perfino i soggetti interessati, ma perché può scomparire o cambiare la parte tecnica di supporto al giudice, i cosidetti C.T.U., tecnici reclutati per lo più tra i geometri presenti in loco, o può venir meno il giudice medesimo che magari aveva già acquisito una certa conoscenza del caso. Ovvio quindi che se l'iter processuale durasse, come nei paesi più civili del nostro, tre o quattro anni al massimo, la definizione delle verità e quindi i diritti di chi è parte lesa verrebbero definiti molto più puntualmente, essendone più facilmente comprovabile, nell'immediatezza dei fatti medesimi, la loro reale sussistenza. Ciò è palese in linea generale, prescindendo ovviamente dalla qualità di chi è chiamato a coadiuvare il giudice con una perizia tecnica o da quella del giudice stesso, essendo sempre possibili, al di là quindi dell'onestà e delle qualità dei singoli, condizionamenti, alterazione o cattiva interpretazione dei fatti. Purtroppo le amicizie, gli interscambi di favori, il lobbismo, i condizionamenti politici ecc... sono di casa in questo paese come regola generale e nulla sfugge, quindi tanto meno la giustizia, a questa piaga sociale.

I tre gradi di giudizio, primo, appello di 2° grado ed eventuale 3° grado o Cassazione, dovrebbero appunto attenuare gli effetti negativi di decisioni prese per condizionamenti ambientali, incapacità o fraintendimento del giudicante o del suo assistente tecnico ecc... In realtà diventano, proprio a causa del protrarsi abnorme dei tempi, essi stessi causa di scioccanti difformità con sentenze che lasciano allibiti. Si assiste cioè a totali ribaltamenti delle verità probatorie, quasi sempre in dissonanza anche nei principi determinanti, con precedenti pronunciamenti,e non solo per cavilli o inadempimenti formali, arrivando perfino alla archiviazione per scadenza dei termini. Una eventualità quest'ultima che solo in questo paese ricorre con una frequenza disarmante.

Prendiamo per esempio la sentenza di archiviazione dei reati, qui siamo in campo penale,di questi giorni di quella che si chiama "Sentenza Eternit", che palesemente dimostra quando il diritto non coincide con la giustizia. Stiamo parlando di amianto (asbestum o crocidolite) utilizzato per decenni nella costruzione di manufatti, coperture, pannelli e tubazioni, nelle diverse tecniche costruttive. Una fibra inorganica di origine naturale che offre una ottima coerenza con il cemento, adatta quindi a realizzare manufatti di incredibile durata anche nelle condizioni più avverse. Milioni di case e capannoni sono coperti o hanno la presenza di simili manufatti. Particolarmente pericolosi non sono tanto i manufatti in cui le fibre sono legate in matrice cementizia, a meno di manipolazioni non conformi, ma quelli fibrosi come i pannelli antincendio, insonorizzanti ecc... Nel 1991 fu decretata la messa al bando totale dei manufatti a base di amianto, ma ormai la loro presenza è pressoché capillare su tutto il territorio nazionale (e non solo).

Ma soprattutto la pericolosità dell'amianto come causa primaria di patologie mortali come le neoplasie polmonari, si è materializzata nei siti di produzione, dove venivano manipolate le fibre libere, come appunto Casale Monferrato, che ospitava un importante sito produttivo Eternit. Si parla di 3.000 morti accertati a fronte di una popolazione ventimila abitanti, con un picco di mortalità che avverrà verso il 2020, essendo il tempo di incubazione del mesotelioma maligno (tumore ai polmoni provocato dall'amianto) lunghissimo.

Per i fatti accertati, dopo un lungo iter processuale di 1° grado, il magnate svizzero Stephan Schmidheiny, titolare della Eternit, è stato in questi giorni prosciolto per nel frattempo intervenuta prescrizione della decorrenza dei termini, come precisa il procuratore generale Francesco Iacoviello. Pur riconoscendo la sussistenza del reato, Iacoviello ha sottolineato che, se il reato è prescritto già al 1° grado di giudizio, occorre attenersi alla legge anche quando questa non coincide con la giustizia.

Bella conclusione! Ingiustizia è fatta ma devi accettarla. Ma la domanda aurea è: a cosa servono le leggi se poi la giustizia non ha i mezzi per vincere? Siamo il paese del diritto, come solitamente si sente dire e della Costituzione più bella del mondo, altro luogo comune, o soltanto un paese di disgraziati stuprati da chi dovrebbe salvaguardarci?

Naturalmente questa situazione non discende dal nulla. Se la macchina amministrativa della giustizia è inceppata, fallisce o arriva tardi ci sono motivi e mandanti. Insomma "Cui prodest"? Certamente ai politici e agli amministratori pubblici e privati che hanno frequenti occasioni per incappare nelle maglie della giustizia, ma anche ai delinquenti comuni abituali di un certo peso economico e sociale che possono sfruttare tutti i loro mezzi per mettere le zeppe negli ingranaggi. Perfino la lobby avvocatizia, così come quella dei supportanti tecnici, che nelle lungaggini processuali hanno più occasioni per manipolare o alterare elementi probatori, per non parlare della lievitazione dei loro compensi.

Chi ci rimette? Ovviamente il cittadino comune non particolarmente patrimonializzato che si vede frequentemente sottratto e non riconosciuto un proprio diritto a favore di chi dispone di mezzi economici più importanti.

Allo stato attuale il modo migliore per "farsi giustizia", escludendo a priori quelli più cruenti, duole dirlo ma è conoscere la persona giusta al momento giusto. Poco o nulla c'è da attendersi dai tribunali. Ed è anche così che si diffonde la piaga sociale del malaffare, dell'evasione fiscale e dell'abusismo in questo paese.

Conosci "o mammasantissima" e sei in una botte di ferro, altrimenti sei nessuno.

 

Foto: Glasseyes/Flickr

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