Oltre al dramma, c'è la metafora. Monnezza nelle vie di Napoli. Monnezza che dalla procura di Napoli finisce sui giornali: 19.000 pagine di intercettazioni ambientali e telefoniche. Un'operazione di puro e semplice spionaggio. Avvalendosi però dei poteri pubblici e del denaro dei contribuenti. Intrattenere una vasta rete di relazioni con persone che contano sembra diventato di per sé un reato. E dev'essere l'unica cosa certa che emerge dalle indagini di Woodcock e Curcio su Bisignani, se almeno da tre giorni nei titoloni dei quotidiani non si fa riferimento ad alcun reato, ma solo, appunto, a fumose "P4", "reti", "mediazioni", "ragnatele", "governi-ombra". Persino un impressionante "Bisignani conosceva tutti", sparato così, in prima pagina, come se fosse la confessione di un assassino.
Il giochino ormai è talmente scoperto che solo chi è in malafede può fingere di non vederlo: si prende un personaggio con una rete di contatti di primo piano nella politica; si ipotizza nei suoi confronti un reato minore, abbastanza sfumato da poter essere sostenuto sulla base di prove puramente indiziarie; si mettono sotto controllo le sue utenze telefoniche, i pc, gli uffici, i suoi spostamenti. Prima o poi, gettando in questo modo, a strascico, la rete delle intercettazioni, è inevitabile che qualche pesce grosso rimanga impigliato. E se pure non fa nulla di male, se non è indagato, non importa. Basta che compaia il suo nome perché i giornali imbastiscano il romanzo. E come si supera il vincolo del segreto istruttorio per far finire le intercettazioni sui giornali? Presto detto: o si passano direttamente le carte ai giornalisti amici, oppure, "legalmente", basta allegare nell'ordinanza di custodia cautelare o nella richiesta al Parlamento tutte le intercettazioni che si vogliono, quelle più sfiziose, anche se palesemente non hanno nulla a che fare con i reati ipotizzati, ma che solleticano la fame di scandali dei media e del pubblico. E il gioco è fatto, via con la giostra. Male che vada al magistrato, popolarità e carriera politica assicurate. Consumati gli effetti politici e mediatici, dopo qualche mese, nessuno farà più caso agli inevitabili proscioglimenti.
A meno che non si contesti un episodio di corruzione - reato che però il gip non ha incluso tra quelli che a suo avviso giustificano le richieste di arresto -, fare e ricevere favori, tessere relazioni, scambiarsi confidenze, informazioni e pareri, raccomandare, offrire consigli, persino esercitare un'influenza politica, può essere di per sé un reato? Certo, ci sono le ipotesi di favoreggiamento e di violazione del segreto di indagine. Bisignani e Papa avrebbero riferito al sottosegretario Letta notizie riservate riguardanti inchieste che avrebbero visto in qualche modo coinvolti lui e altri membri dell'Esecutivo. Ora, a parte il fatto che stiamo parlando del segreto di Pulcinella, dato che tali inchieste finivano corredate di tutti i dettagli sulle pagine di tutti i giornali, e l'impressione è che Letta e Berlusconi, se informati, fossero gli ultimi o quasi a sapere, è per queste due ipotesi di reato che il gip ha autorizzato l'arresto del primo e la richiesta nei confronti del secondo. E' comprensibile che si scriva anche degli altri indagati, e delle altre più gravi ipotesi di reato, che per ora non hanno convinto il gip. Ma tutto il resto, le altre chiacchiere e le mezze frasi, non si comprende a che titolo - se non per sputtanare - finiscano sui giornali. Osserva giustamente Fabrizio Rondolino, oggi su il Giornale: