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Nucleare: il lodo Tremonti

“Con il nucleare l’Italia avrebbe un PIL più alto”: parola del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti.

Sì, lo so, il nucleare è pericoloso, provoca tumori e leucemie a pioggia, costa incalcolabilmente più di ogni altra forma di energia, è pericolosamente esposto a una deriva antidemocratica, alla mina vagante delle scorie ed è in definitiva fuori controllo. Ma potrebbe dare lavoro, sviluppo e ricchezza al Paese, e quindi... Avrebbe potuto aggiungere anche questo il ministro, ma era - come dire - implicito. In certo modo ridondante. Superfluo.

Perché con la ragione del calcolo economico c’è poco da discutere. A un livello appena un po’ più basso, è un dispositivo mentale che già conosciamo. Con il ricatto del licenziamento, della chiusura, della recessione, l’imprenditoria si sente autorizzata a qualsiasi cosa: ogni evasione fiscale, ogni abuso del contratto, ogni violazione delle regole ambientali o di sicurezza viene giustificata con le esigenze della competitività. I cinesi abbassano i prezzi perché hanno meno welfare? Riduciamo il nostro stato sociale e si vada a competere.


A un livello più alto si possono giustificare - con la stessa logica - attività irrazionali, pericolose o addirittura criminose: in fondo la malavita organizzata crea occupazione. Non è sarcasmo, ripeto: è la stessa logica. Tanto che, per camuffare questa affinità, si cerca di dare una parvenza di opportunità e legittimità perfino al nucleare. Nonostante tutto.

Chissà, forse in altri Paesi del mondo, quelli ad esempio tristemente noti per il cosiddetto “turismo sessuale”, c’è qualcuno - magari al governo - che sostiene trattarsi di una risorsa economica per il Paese, qualcosa che - nonostante tutto - crea occupazione, sviluppo... PIL.

Le stanno provando tutte, con dossier semestrali a cura dell’Enel, spacciati perfino nei giornali cattolici come se avessero ricevuto l’imprimatur, con annunci televisivi. Scienziati e “volti amici” ci hanno annunciato le meraviglie dell’atomo (salvo poi ripensarci), ma la gente non ha cambiato idea: gli italiani il nucleare non lo vogliono. Allora sono passati ad altro: visto che la sostanza non la potevano modificare (e la sostanza è che il nucleare è una cambiale), ora provano a cambiare la forma, cercando di dare agli impianti un aspetto più piacevole alla vista. Che una nuova estetica possa giovare alle malformazioni fetali? Chi vivrà, vedrà (purtroppo è il caso di dirlo).

Oggi il ministro Tremonti cerca di persuaderci con la storia strappalacrime degli operai a spasso (che hanno tutta la nostra comprensione e il cui problema va senz’altro considerato prioritario per l’Italia). Signor ministro, abbia la saggezza di non abbandonarsi a soluzioni facili ma a doppio taglio: se proprio non Le viene in mente nient’altro, proponga ai disoccupati di costruire muri per poi abbatterli, ciclicamente. Il PIL crescerà, anche se potrà sembrarLe un esercizio stupido (e lo è - oltre che indignitoso; ma almeno non provoca il cancro). Certo, tutto ciò avrà un costo, che la società dovrà accollarsi. Ma meglio pagarlo noi, questo costo, anziché le nostre generazioni future. Il costo del nucleare è eterno.

Commenti all'articolo

  • Di paolo (---.---.---.126) 26 novembre 2010 23:06

    Caro Calabro’


    Dopo il disastro di Cernobyl , l’Italia decise l’uscita dal nucleare affidando la decisione ad un referendum popolare .Referendum , ovviamente,dall’esito scontato . 
    Ti chiedo quale grado di consapevolezza avessero i cittadini nell’esprimersi su una materia non proprio alla portata di tutti e se è normale che un tema cosi’ delicato e fondamentale come quello della produzione di energia elettrica fosse affidato al fornaio piuttosto che al parrucchiere o all’impiegato di banca .
    Oggi attraversi in auto comuni "denuclearizzati " , termine ovviamente privo di senso dal momento che un qualsiasi incidente nelle centinaia di centrali nucleari che circondano il nostro paese ci coinvolgerebbe esattamente come se avvenisse in questi siti " preclusi ".
    Il rovescio della medaglia e’ quello che il nostro paese e’ alla mercè del barile di petrolio e che , se vogliamo mantenere la nostra industria attiva , siamo costretti ad importare dalla Francia quella energia che ci serve . Il bel risultato è un costo energetico superiore del 30% a quello dei paesi industrializzati nostri concorrenti , perdita di competitività delle nostre aziende che si traduce infine in perdita dell’occupazione . Oltre al danno in termini di tecnologie avanzate in cui eravamo leader a livello mondiale .
    E con quale risultato sul piano della sicurezza ? . Nessuno .
    Quella classe politica miope ed ottusa è ancora tutta al suo posto e , mentre si discute della Carfagna e di Ruby , nessuno si preoccupa di spiegare ai cittadini di questo sfortunato paese uno straccio di strategia energetica per gli anni che verranno . Nel vuoto pneumatico di una programmazione degna di questo nome , si enfatizza il sogno dell’energia "pulita" che deriva dalle fonti rinnovabili, facendo poco o nulla anche per queste . 

    paolo
     



    • Di Paolo Calabrò (---.---.---.87) 27 novembre 2010 09:06
      Paolo Calabrò

      Gentile lettore,
      la disoccupazione è certamente un problema, ma anche i tumori lo sono. Del resto, se di disoccupazione si soffre (e talvolta si può morire), di tumore si muore spesso. È strano che si parli della competitività come di un problema, e del nucleare (che provoca tumori anche durante il normale ciclo di funzionamento, e non solo in caso di incidenti) come della soluzione. Il nucleare non solo non è la soluzione, ma crea problemi, come quello delle scorie, che si risolvono nell’arco delle centinaia di migliaia di anni (mentre, con una politica adeguata, il problema della disoccupazione lo si potrebbe risolvere in pochi anni).
      Portare la gente sull’orlo della disperazione, affamandola, riempiendola di paure e privandola dei mezzi per comprendere da sola la verità, è la più antica politica del mondo. Il nucleare può essere comprensibile solo sull’onda della disperazione. Spero che non siamo ancora arrivati a questo punto.
      Grazie per l’attenzione

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