Federalismo in gran difficoltà, e così torna di moda l’indipendenza politica. Sia con metodi tradizionali che innovativi.
Bocciatura in bicameralina e forzatura romana: per il federalismo – e per la Lega – non poteva esserci conclusione più misera. Ma i sommovimenti profondi, le istanze di autogoverno, nel nord Italia, non per questo si sono placati. Anzi. E così, dovendosi scontrare con una Lega Democristiana, i sentimenti di cambiamento più radicali prendono altre strade, sotterranee. Proseguono il loro incessante lavorio. Scavano. Si infiltrano. Gettano semi. Non per il federalismo, ma per l’indipendenza.
Sperimentano forme di comunicazione nuove e adottano strutture diverse, a tratti innovative. Anche i principi di fondo vanno oltre la retorica leghista. Guardano più allo Stato e meno alla Nazione. Guardano di più all’Europa e non guardano proprio alla Padania.
Veneto e Lombardia, come già è successo per la Lega, sono i primi campi d’azione di questi nuovi soggetti politici, e proprio in Veneto incontriamo una realtà già strutturata, secondo metodi organizzativi di tipo “tradizionale”, Veneto Stato.
“Vogliamo un Veneto Stato Indipendente, vogliamo la completa indipendenza politica”, dichiara il Segretario Lodovico Pizzati. E se le parole sono importanti, l’idea di Nazione la troviamo, ma da sola, in un angolo: “la nazione veneta c’è comunque perché è un’appartenenza che si basa sulla consapevolezza delle persone”. Come si arriva all’indipendenza, dato che l’unica prospettiva – più boutade che prospettiva – leghista è (era) quella di imbracciare i fucili?
Si può fare seguendo un percorso “pacifico e legale” – continua Pizzati – “Il nostro è un diritto precostituzionale che non passa per un’approvazione del Parlamento romano. Ci basta un referendum con monitoraggio della UE in territorio veneto”. Non sarebbe la prima volta che si giunge all’indipendenza attraverso percorsi democratici, “è lo stesso progetto attuato con successo in Sud Sudan 2011, in Groenlandia 2009 in Montenegro 2006”.
La differenza rispetto al percorso leghista, “perdente”, sta proprio qui, nell’evitare il passaggio dal Parlamento Italiano: “parlare di una profonda riforma [federale] non ha senso perché per ragioni di political economics non è possibile che dei rappresentanti parlamentari taglino di diverse decine di miliardi le risorse alla propria regione/elettorato”. Un’ulteriore e fondamentale differenza risiede nella possibile politica migratoria dell’eventuale Stato Veneto. Al fianco delle “regole fluide verso l’immigrazione legale e rigorose verso l’immigrazione illegale” si trova, infatti, l’apprezzamento per il surplus di risorse, grazie al quale si creeranno dei “virtuosismi” che permetteranno “alle nostre università e ai nostri centri di ricerca delle nostre aziende di attirare le migliori menti dall’India dalla Cina e dal resto del mondo”.