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di Angelo Lo Verme martedì 23 agosto 2011 - 6 commenti oknotizie
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Non opporsi è colpa grave perché scatena la violenza

L’aggressività è un istinto primordiale che appartiene al mondo animale e serve a livello intraspecifico (all’interno della stessa specie) a sottomettere l’avversario percepito come ostacolo nella competizione per la sopravvivenza e la continuazione del patrimonio genetico: cibo, sesso, territorio. Sempre a livello intraspecifico, ad eccezione della specie umana, quasi mai la violenza da essa generata si conclude con l’uccisione dell’avversario e si ferma all’accettazione della sua semplice sottomissione: di più non serve. Ad esempio, il lupo sconfitto mostra il collo in segno di resa all’avversario al quale ciò basta e non infierisce azzannandolo.

Nell’uomo è ben diverso poiché l’istinto può deviarlo e renderlo perverso e innaturale a causa di alcune peculiarità acquisite con l’evoluzione e che lo differenziano enormemente dal resto del regno animale: coscienza di sé e intelligenza elevata. Potrebbe sembrare assurdo ciò, giacché l’evoluzione dovrebbe selezionare solo caratteristiche vincenti; e, difatti, queste due appena menzionate lo sono senz’altro, tanto che la specie umana è diventata dominante su tutte le altre in tempi relativamente brevi. Il problema nasce quando le due peculiarità si discostano dalla natura, non ne seguono più i principi e così deviate, unite ai loro elevati prodotti e cioè il linguaggio, la cultura e la società, e ad altri successivi quali la morale, la religione e la scienza, pretendono di sostituirsi totalmente all’istinto naturale.

Con l’evoluzione l’uomo è divenuto molto potente, in un certo senso quasi un Dio. Non è che il potere in sé sia distruttivo, ma si trasforma tale nell’uomo che non ha seguito un doveroso percorso spirituale. L’uomo, a causa delle sue potenti caratteristiche, dovrebbe investirsi di una responsabilità enorme nei confronti dei propri simili e del resto del regno animale e del pianeta intero, rimanendo agganciato nelle proprie decisioni alla madre natura che lo ha creato; invece la snobba quasi e tenta di superarla. A causa poi della sua grande capacità immaginativa, riesce a fantasticare bisogni davvero eccessivi ai fini della sopravvivenza, e non supportato dalla naturale moderazione che scaturisce anche da sentimenti altruistici e di amore per il resto del mondo, maturabili solo rimanendo agganciato alla madre natura, tenta di ottenerli a tutti i costi, eliminando, con ogni mezzo di cui può disporre, qualsiasi ostacolo che si frapponga al suo deviato istinto di ipersopravvivenza. Così si spiega l’innaturale e smisurata incetta di potere e beni materiali che l’uomo tenta a discapito degli individui più deboli e dell’intero pianeta in cui egli stesso soggiorna.

Da tutto ciò si può dedurre, dato che la specie umana ha ereditato dalla natura tanto potere e da cui non si può tornare indietro – a meno che non si autodistrugga, ma sembra proiettato proprio in tal senso – che la soluzione sia affidare tanto potere nelle mani di uomini rimasti agganciati alla natura, il cui amore e altruismo in essa maturati servano da timone per dirigere nel senso del bene e dell’armonia generali le azioni che scaturiscono dalle due peculiarità umane dette all’inizio: coscienza di sé e intelligenza elevata. Cioè nelle mani di uomini illuminati, spirituali, sani, che hanno saputo trasformare ed elevare la propria inevitabile animalità in qualcosa di superiore. I Buddha, i Risvegliati, i Consapevoli possono e devono prendersi questa responsabilità, giacché hanno imparato a “pensare e ad agire con il cuore”. In fondo l’uomo non dovrebbe essere altro che un ponte fra terra e cielo, tra la scimmia che fu e l’essere potenzialmente divino che è. Non dovrebbe fermarsi all’essere semplicemente un uomo o un animale, specie se deviato, ma fare di tutto per innalzarsi spiritualmente. Per questo nel mondo c’è tanta insoddisfazione e prevaricazione. Rimanere un semplice uomo fa sentire piccoli e inadeguati, per cui la maggioranza tenta di crescere nella dimensione solo in apparenza più facile per sentirsi grande e adeguato: quella materiale. Questa dimensione però in breve si scopre essere insufficiente e si crede di rimediare (come per le droghe che creano assuefazione e dipendenza, che per dare gli stessi effetti degli inizi se ne deve accrescere sempre più la dose) ricercando sempre più potere e ricchezza, non arrivando più a concepire alcun limite sensato ai fini della naturale sopravvivenza. Si tenta solo di ipersopravvivere a discapito di tutti per sballarsi, rendersi insensibile per percepire meno il senso di vuoto, d’impotenza, di mancanza di un fine realmente appagante. Invece che in “Homo Angelicus costoro si trasformano in Homo Diabolicus, magari con tanto cervello ma senza cuore.


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di Angelo Lo Verme martedì 23 agosto 2011 - 6 commenti oknotizie
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