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 Home page > Attualità > Cultura > Non capisco ma mi adeguo

Non capisco ma mi adeguo

Certo che questo di Franz Krauspenhaar su Nazione Indiana (Siamo i Fangio della cultura che non paga) è un gran bel pezzo, scritto bene, con foga giusta e giusto sgomento. Vale la pena di citarne qualche passo.

"Per scrivere da autore in Italia bisogna essere ricchi di famiglia o avere, sempre parlando di famiglia, una tara psichica, come nel mio caso. Per scrivere da autore non si possono fare vari lavori, perché questi non possono che distrarre dall’obiettivo principale di ogni autore: quello di creare, di promuovere, di recensire, discutere, dare vita a un progetto artistico. Questione di organizzazione del proprio tempo? Qualcuno ci riesce, certo, ma dove va a finire la professionalità?
Collaborazioni giornalistiche gratuite, network radiotelevisivi che non pagano nemmeno le spese di spostamento di un ospite, scrittori che sono ormai diventati come le vacche al mercato, o come i cani delle corse, pronti a scattare al via seguendo una lepre finta pur di dire “ci sono”, come se questo fosse davvero importante, mentre è effimero, come uno spot pubblicitario mandato in onda una sola volta. I nuovi giullari buoni per tutte le stagioni, servi del potere, che è a sua volta un conglomerato di caos che viene da lontano… Pochi spiccioli per articoli su importanti giornali, pagati a babbo morto, dunque mesi e mesi dopo, o spesso non pagati, e dunque ecco l’autore che deve ricorrere a un buon avvocato per ottenere quel che gli spetta… Scrivere è elitario? No. E dunque pubblicare su certi giornali è un lusso. Dunque, per loro, per i padroni della cultura, che l’autore stia zitto, e ringrazi anche che ha trovato uno spazio dove infilare le sue parole!
Ma è possibile continuare in questo modo? Correre su questa pista piena di rappezzi e di buche, rischiando tutto per le proprie idee?"

E sia. Lo scrittore deve pur campare: e non è mai stata cosa facile. Sorge tuttavia spontanea una domanda: ma chi glielo fa fare? E già, "il sacro fuoco". Ma il sacro fuoco impone per forza di accattonare visibilità in questo modo, fra presentazioni non pagate, ospitate di dubbio livello, articoli poco o nulla considerati? Il contesto in Italia non aiuta, questo è sicuro. Troppi scrivono, o hanno la pretesa di farlo, e pochi leggono. L’offerta è eccessiva, la domanda scarseggia: come meravigliarsi, poi, se secondo legge di mercato, il lavoro di scrittura inevitabilmente si deprezza?

E dunque ci si chiede chi sia l’autore e così si risponde
.

"La mia impressione è che, non esistendo un metro di valutazione chiaro per dire chi è un autore e chi no, in un mondo di scriventi spesso velleitari, chiunque può dirsi autore e spacciare le proprie righe per verbo di pregnanza artistica. In un mondo letterario nel quale i bookjockeys (felice neologismo creato anni fa da Tiziano Scarpa) dettano le regole, nel quale i D’Orrico, sprezzantemente, promuovono la letteratura che fa loro comodo, come se un lettore diventasse critico, come se i lettori dei siti come Anobii potessero fare critica e spiegare cosa è un libro agli altri lettori… In questa carneficina della giustizia e del buonsenso, tra le stanze puzzolenti della “pescheria-letteratura”, cioè sui banconi del “pesce-libro” che viene sostituito a breve, perché puzza presto, sostituito da altro pesce-libro destinato anch’esso a marcire in fretta, l’autore è spesso il pescatore di pesci di razza che non vengono nemmeno acquistati per un assaggio.



E dunque ingrassano i maneggioni che stanno attorno al mercato, i mercanti in fiera: editori che spingono solo ciò che hanno deciso di pubblicizzare in anticipo, giornali sempre in ritardo su ciò che davvero succede, bookjockeys senza alcuna morale, critici che non riescono a fare il loro lavoro, essendo anch’essi dei Fangio a rischio d’ incidente in curva, altri critici che pensano soltanto a coltivare il loro orto, i loro autori, la loro piccola scuola di polizia privata".

A questo punto comincio ad avere qualche dubbio. Da frequentatrice (poco assidua negli ultimi tempi, a dire il vero) di Anobii e da umile lettrice che qualche volta dà ragione sul blog e altrove delle sue private frequentazioni letterarie, mi pare che il quadro dipinto sia fin troppo apocalittico. Perché può essere che qualche responsabilità, perché no? sia pure degli autori, oltreché delle case editrici, dei critici e, udite udite, dei lettori, i quali, poverini, tentano talvolta, come possono e come sanno, di esprimere le loro malviste opinioni. E negli ultimi tempi provano persino a fare rete, su Anobii e altrove, scavalcando gli usuali poteri forti culturali e facendo, nei limiti delle loro modeste possibilità, l’arduo mestiere di recensori. Può essere che poi non ne abbiano gli strumenti. Ma può anche essere che talvolta persino i "professionisti della scrittura", critici e compagnia bella, non siano così attrezzati. Del resto, senza lettori non c’è letteratura, non si scappa.

Ma quello che mi ha definitivamente sconcertato è stata la conclusione.

"Un autore è un professionista della scrittura, che è capace anche di dare un valore aggiunto: il valore aggiunto artistico. Al di là delle copie vendute, un autore riconosciuto come tale dovrebbe poter godere delle minime garanzie di sussistenza. Ecco anche perché, invitato da Fahrenheit a Roma perché tra i finalisti del Libro dell’Anno, non ci sono andato; totalmente intorpidito dalle mie difficoltà, senza nessuna voglia di esserci per continuare a fare il commesso viaggiatore di me stesso; ho perso un’occasione, lo so, ma è stato più forte di me. Non ho voluto far parte della corsa dei cani, e la chiamo così perché io la vedo così. Un ente radiotelevisivo nazionale che non garantisce un rimborso spese nemmeno di viaggio è specchio rotto di questo dannato paese. E’ una questione di dignità, di rispetto per se stessi: non si può sempre dire di sì, sempre seguire l’onda, sempre dimostrarsi acquiescenti con le perverse non regole che ci affliggono, ci mortificano, ci umiliano".

Perché alla fine pare che sia tutto un discorso legato a un mancato rimborso. E allora i conti non mi tornano più. Se uno ha il famoso "sacro fuoco" di cui sopra, che scriva, altro che sciopero dell’autore. Se uno ritiene che certe occasioni per così dire "mondane" sviliscano la sua professionalità di scrittore, non le frequenti: io, in qualità di lettrice appassionata, normalmente le evito come la peste, perché in genere mi pare di ritrovarmi in una seduta di collettiva masturbazione mentale. Dire che un autore è un professionista della scrittura, sotto un certo punto di vista, è fuorviante. Che vuol dire? C’è gente che scrive di mestiere e basta (e non parlo solo di scrittori, ma anche di giornalisti, critici e altro) ma che farebbe meglio a dedicarsi urgentemente ad altre più utili attività, tipo zappare, per dire. Poi, fra i cosiddetti “dilettanti”, persino fra i tanto vilipesi blogger, capita di trovare autentiche perle: gente che ha tecnica, ritmo, gusto, e magari, cosa che non guasta, qualcosa da dire davvero. Che scrivere sia una scelta rischiosa non mi sembra una grande scoperta: persino io, che non sono nessuno, sto rischiando qualcosa in questo momento, se non altro perché le mie parole sono pubbliche e si espongono, ovviamente, al contraddittorio. D’altra parte se gli scrittori hanno ansie e giustificate preoccupazioni economiche, che dire di tutti gli altri? Precari, cassaintegrati, gente il cui talento viene sistematicamente disprezzato e misconosciuto in una società come quella italiana che tende a premiare la furbizia piuttosto che il merito, la vocazione al clientelismo piuttosto che la qualità? Se non altro lo scrittore gode della consolazione della propria creatività, riconosciuta o meno: mica è poco, tutto sommato .

(Poi lo so bene che la questione è più complicata di così: investe aspetti legati alla sociologia della letteratura, ai meccanismi del mercato editoriale, al contesto culturale italiano, e via discorrendo. Per questo l’astio della discussione che si è sviluppata nei commenti su Nazione Indiana e su Facebook mi ha sconcertato: invece di ragionare e spiegare, ci si prendeva, virtualmente, a sprangate. Mica mi scandalizzano gli insulti e le parolacce, intendiamoci: ma da gente "di livello", per così dire, ci si aspetterebbe, che so, una maggiore "creatività" persino nel loro uso e abuso).

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