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Nigeria: al via i negoziati con la Shell dopo il disastro ambientale del 2008

Presente in Nigeria almeno dagli anni novanta, la Shell deve ora subire i contraccolpi della propria attività nell'area. Dopo aver scampato il coinvolgimento nel processo sull'omicidio di Ken Saro-Wiwa con un assegno da 15 milioni, ora dovrà affrontare le accuse per il disastro ambientale provocato alle coste nigeriane nel 2008. E un altro caso l'anno scorso costituisce ora un precedente pericoloso.

Già nel 2009 la Shell tornava agli onori della cronaca per il caso Saro-Wiwa. Accusata di complicità nell'uccisione dell'attivista e poeta nigeriano in accordo col regime allora vigente (era il 1995), ha accettato di patteggiare, pagando con un assegno da ben 15,5 milioni di dollari. Allora le era andata bene, ma la fortuna sembra essere girata. I negoziati per il disastro ambientale causato nel 2008 dalla compagnia anglo-olandese sono iniziati, e tutto lascia pensare che stavolta andrà diversamente.

È il Guardian a dare la notizia dell'apertura dei negoziati. La Royal Dutch Shell, la controllata addetta all'area del delta del Niger avrebbe ammesso le proprie responsabilità per la perdita di petrolio per 4000 litri finito sulla costa e sulla foresta di mangrovie nei pressi del villaggio di Bodo. Gli analisti - spiega il Guardian - parlerebbero invece di una fuga da 500.000 barili, cifra che spiegherebbe la discrepanza tra l'offerta fatta dalla Shell (20mila dollari) e quella richiesta dagli abitanti del luogo (200mila dollari). Una distanza che origina oltretutto dalla fragilità di ambienti naturali come le foreste di mangrovie, ma anche alla luce del fatturato della sola Royal Dutch Shell (ben 484 miliardi di dollari nel 2011). Senza contare che la fuoriuscita ha portato alla rovina l'attività di pesca nel villaggio, fino ad oggi relativamente florida.

La posizione del gigante del petrolio è ancora analoga a quella tenuta nel caso Saro-Wiwa, ma il fatto che cerchi di negoziare è un primo buon segno. E c'è una ragione. I profitti della compagnia anglo-olandese iniziano ad essere messi in crisi dalle centinaia di crepe aperte nelle proprie condutture ogni anno. La causa sarebbero non solo malfunzionamenti, ma anche veri e propri atti di furto e sabotaggio. È difficile indicare se prevalga in questi avvenimenti l'opera dell'incuria, della microcriminalità oppure un messaggio nei confronti della Shell da parte di qualcuno che non la considera più gradita nel paese.

Le investigazioni ad oggi parlano di gang operanti nell'area che "spillerebbero" il greggio al fine di rivenderlo, quindi probabilmente si dovrebbe propendere per la microcriminalità. Una storia che ha comunque messo in difficoltà la Shell (ma anche l'Eni, anch'essa presente in Nigeria). Ed il problema non è solo questo.

Mentre tentava di mettere una pezza sui furti, dichiarando ufficialmente il proprio sconcerto, la compagnia si trovava già nella necessità di rimettere mano sulle proprie infrastrutture, e con urgenza. Un altro incidente aveva causato nel 2012 una multa tanto alta da far tremare anche il colosso petrolifero: 5 miliardi di dollari per uno sversamento nella piattaforma off-shore di Bonga, sempre nei pressi del delta del Niger. L'aria che tira è insomma un'aria pericolosa per la Shell, troppo anche per poter trivellare in quello che oggi è il decimo paese al mondo per riserve petrolifere.

 

Foto: Nautical9/Flickr

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