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di Angelo Lo Verme sabato 20 agosto 2011 - 0 commento oknotizie
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Nicosia. Un libro pro-marijuana o di denuncia del fallimentare sistema carcerario italiano?

“Leone bianco Leone nero – La legge non è uguale per tutti” è il titolo e il sottotitolo del romanzo d’esordio del nisseno Giuseppe Nicosia, laureato in Scienze Naturali dal 2006 ed Educatore Alimentare dal 2008. Edito da “LG Edizioni”, è composto da 283 pagine e il suo prezzo di copertina è di € 14,90. Il sito dove lo si può acquistare online è qui.

Si tratta del diario-denuncia del fallimento del sistema carcerario italiano che a causa di molteplici carenze, da quelle strutturali a quelle organizzative, chiaramente non riesce ad assolvere il fondamentale e civile compito di istituzione riabilitativa del carcerato, dato che il 70 % dei detenuti una volta uscito torna a delinquere. Un diario che l'autore ha scritto proprio fra le quattro mura del carcere “Malaspina” di Caltanissetta nei suoi 51 giorni di detenzione per avere coltivato piantine di marijuana, nonostante gli inquirenti per tale produzione non hanno accertato alcuno spaccio ed egli ha sempre sostenuto che fosse per uso personale, per evitare di comprarne sul mercato clandestino a caro prezzo e di scarsa qualità. In Italia l’uso personale di cannabinoidi è tollerato, ma non esistendo “rivendite autorizzate”, di fatto, la stessa legge garantisce il monopolio del mercato e ingenti introiti illeciti alla malavita organizzata, dato che la coltivazione per uso personale è ancora proibita.

I recentissimi dati della Committee on Drug Dependence ci dicono però che in dieci anni il consumo mondiale degli oppiacei nei Paesi dove sono proibiti è aumentato del 34,5%, quello della cocaina del 27% e quello della cannabis del 10%, a riprova che la politica proibizionista e fortemente repressiva riguardo alle sostanze stupefacenti è stata ed è totalmente fallimentare, come lo fu negli anni Venti in USA quella sulle bevande alcoliche, dove i consumi continuarono clandestinamente e l’unico risultato che si raggiunse fu l’impinguamento delle tasche della malavita.

Il libro del Dott. Nicosia è anche un’accusa rivolta alla legge Fini-Giovanardi che equiparando in quanto a pericolosità e dipendenza le droghe leggere a quelle pesanti, l’unico deleterio risultato raggiunto è di riempire le carceri italiane e i centri di recupero dalla tossicodipendenza di persone che hanno avuto la sola colpa di trovarsi addosso qualche grammo di erba in più del consentito per l’uso personale, pur non essendo affatto dei delinquenti incalliti o sempre dei tossicodipendenti, poiché l’uso della marijuana ad esempio non comporta alcuna dipendenza, come dimostrano molti studi. L’autore invece riporta le cifre relative all’uso di alcool e tabacco, la cui dipendenza e mortalità è acclaràta; prodotti di cui lo Stato italiano ha il monopolio: 3 milioni di morti l’anno nel mondo per tabagismo e 1,4 milioni per alcolismo, mentre per marijuana non è morto mai nessuno. A queste cifre fra l’altro ci sono da aggiungere le vittime e i costi dovuti agli incidenti stradali causati dalla guida in stato di ebbrezza (il 45 % circa), purtroppo sempre in ascesa.

Liquidare però questo libro semplicisticamente come pro-marijuana è molto riduttivo. Pur se in esso l’autore parla anche dei molteplici buoni usi che di questa erba se ne potrebbe fare se fosse legalizzata, dal carburante ecologico ai tessuti e persino agli impieghi terapeutici vari, sfatando tutti i deleteri luoghi comuni in cui quasi un secolo di colpevole e dolosa potente disinformazione l’ha precipitata e fortemente demonizzata; l’autore gli immette anche e soprattutto un alto contenuto umano nel descrivere la quotidianità del mondo carcerario, fatto comunque di esseri umani che hanno sbagliato (non tutti giacché è alta la percentuale di vittime di errori giudiziari) e stanno pagando il loro debito con la società. Un’umanità che tenta di sopravvivere e di superare alla meno peggio la noia e il vuoto di una quotidianità monotona fatta di rituali in apparenza banali e ripetitivi, quali attendere i pasti, l’ora d’aria, le settimanali visite parenti, o fare le pulizie della cella e preparare insieme qualche dolce o pasto extra per sentirsi ancora delle persone e non soltanto numeri difettosi d’un’istituzione e di una società per molti versi fallimentari. Un’umanità che cerca di conservare quel minimo di dignità e rispetto di sé pur fra le abbrutenti condizioni carcerarie, che lungi dal riabilitare piuttosto disperano e comportano molteplici pensieri negativi che spesso sfociano in azioni autolesionistiche. Nel secondo frontespizio del libro l’autore riporta la frase di F. M. Dostoevskij: Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni”.


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