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Nella partita di Hormuz l’Iran cerca il profitto, non la guerra

La notizia della possibile chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto il giro del mondo, sollecitando l'analisi politico-strategica sui possibili scenari. Nel caso in cui la marina di Teheran bloccasse davvero il transito delle petroliere, la conseguenza sarebbe quella di affamare il Pianeta di energia, spingendolo verso una nuova recessione.

L'idea che il blocco dello Stretto non comporterà grandi cambiamenti si basa su due presupposti errati: il primo è che l'export di Teheran (2,4 mln b/g) è piuttosto basso rispetto al fabbisogno mondiale (84 ml b/g); la seconda è che il rapido ritorno della produzione libica compenserà l'esclusione dal giro di quella iraniana. In realtà, la situazione non è così rosea. Primo, dallo Stretto passano 15,5 mln b/g, ossia tutto l'export dei Paesi del Golfo: il 17% del petrolio consumato a livello globale, il 30% di quello che circola via mare e del 40% di quello destinato alle esportazioni. Secondo, il trend della produzione libica non è così florido come le previsioni dei media raccontano.

Razionalmente l'Iran non farà nulla, visto che il blocco danneggerebbe innanzitutto il proprio export, senza contare le inevitabili ritorsioni militari che il mondo scatenerebbe. Ma è importante che tutti credano che stia per fare qualcosa.

Facciamo un salto indietro di alcuni mesi. Teheran ha provato ad alterare le quotazioni già in primavera, in concomitanza della guerra in Libia, quando nel vertice OPEC di giugno aveva compattato il fronte dei produttori non arabi dietro la decisione di non aumentare le loro quote, mettendo così in minoranza i produttori del Golfo. Per la prima volta in vent'anni, i membri OPEC non riuscivano a raggiungere un accordo. L'Arabia Saudita aveva deciso di andare avanti da sola, aumentando unilateralmente la sua offerta sul mercato a 10 mln b/g. Ma ciò non è bastato a smorzare il prezzo del barile, stabilmente sopra quota 90, e talvolta 100. Questo perché il greggio saudita non poteva sostituire automaticamente quello libico, di migliore qualità. I maggiori costi di raffinazione si sono così tradotti in un aumento del prezzo di mercato. Con i sentiti ringraziamenti delle finanze persiane.

Nel successivo vertice OPEC, tenuto in metà dicembre, Ryadh ha portato a casa una parziale rivincita, ottenendo la legittimazione dell'attuale livello produttivo di 30 mln b/g stabilito in giugno, più elevato del 20% rispetto ai 24,84 mln b/g fissati tre anni fa. L'Iran non ha sollevato alcuna obiezione perché cercava un un accordo che mantenesse efficacemente lo status quo. Tuttavia, Teheran aveva anche bisogno di un impegno da parte dell'Arabia Saudita e degli altri produttori del Golfo di ridurre le proprie quote per fare spazio al futuro ripristino della produzione libica. Ma come ha dichiarato il ministro saudita del petrolio Ali al-Naimi, "se la Libia aumenta la produzione non significa necessariamente che l'Arabia taglierà la propria".

Chavez e Ahmadi-Nejad hanno accettato a denti stretti, reagendo ciascuno a suo modo. Il primo ha accusato gli Usa di “diffondere” il cancro presso i leader sudamericani, alimentando le paranoie (se mai ce ne fosse bisogno) dei complottisti di mezzo mondo. Il secondo, invece, ha giocato la carta di Hormuz. Lo stesso giorno del vertice OPEC (14 dicembre) è bastata la voce che il blocco navale fosse imminente per far aumentare le quotazioni del WTI di quasi 3 dollari.

In definitiva, la minaccia di un arresto del traffico petrolifero potrebbe mandare i prezzi in orbita. Considerato che l'Iran raggiunge il pareggio di bilancio se il petrolio supera quota 90 dollari al barile (livello destinato a crescere viste le precarie condizioni della sua economia), non è azzardato pensare che il governo di Teheran stia sfruttando il ricatto del greggio non tanto per indurre l'Occidente a più miti consigli sul fronte delle sanzioni, quanto per trascinarne verso l'alto il prezzo di mercato. Lucrandoci sopra.

Nella foto: Carta di Laura Canali per Limes 6/08 "Progetto Obama"

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