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di Andrea Mazzoleni giovedì 4 febbraio 2010 - 0 commento oknotizie
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Mobbing: al lavoro tra difficoltà e paure

Mobbing: al lavoro tra difficoltà e paure

Il mobbing sul lavoro è un problema sociale di cui si sente parlare spesso e, pur considerando che al momento non se ne conosce la reale entità, costituisce un grave problema nel contesto della vita professionale a cui è opportuno prestare maggiore attenzione e rafforzare le misure per farvi fronte, inclusa la ricerca di nuovi strumenti per combattere il fenomeno.
 
Il termine deriva dall’inglese “to mob”, che significa assaltare insieme, aggredire in massa. Il termine venne introdotto per la prima volta negli anni settanta dall’etologo Lorenz per descrivere un comportamento particolare di alcune specie animali che circondano, in gruppo, un proprio simile e lo assalgono, in maniera rumorosa, per allontanarlo dal branco.
 
Tra le cause del mobbing vanno ad esempio annoverate le carenze a livello di organizzazione lavorativa, di informazione interna e di direzione. I problemi organizzativi irrisolti e di lunga durata si traducono in pesanti pressioni sui gruppi di lavoro e possono condurre all’adozione della logica del “capro espiatorio” e al mobbing con conseguenze per l’individuo e per il gruppo di lavoro rilevanti sia a livello del lavoratore che come costi per le imprese e la società.
 
Questa pratica è spesso condotta con il fine di indurre la vittima ad abbandonare da sé il lavoro, senza quindi ricorrere al licenziamento (che potrebbe causare imbarazzo all’azienda) o per ritorsione a seguito di comportamenti non condivisi (ad esempio, denuncia ai superiori o all’esterno di irregolarità sul posto di lavoro), o per il rifiuto della vittima di sottostare a proposte o richieste immorali (sessuali, di eseguire operazioni contrarie a divieti deontologici o etici, etc.) o illegali.
 
Per poter parlare di mobbing, l’attività persecutoria deve durare più di 6 mesi e deve essere funzionale alla espulsione del lavoratore, causandogli una serie di ripercussioni psico-fisiche che spesso sfociano in specifiche malattie (disturbo da disadattamento lavorativo, disturbo post-traumatico da stress) ad andamento cronico.
 
In caso di azione legale i giudici chiedono una puntuale specificazione dei danni patiti e soprattutto della loro reale esistenza; ovviamente tale onere è in capo al lavoratore, che dovrà dimostrare la gravità dei fatti che hanno causato la sua dequalificazione professionale. Dovrà dunque essere provato ciò che dai giudici è definito “quell’insieme di atti e comportamenti ostili, vessatori e di persecuzione psicologica, posti in essere dai colleghi, il cosiddetto mobbing orizzontale, e/o dal datore di lavoro e dai superiori gerarchici, il cosiddetto mobbing verticale, nei confronti di un dipendente, individuato come vittima”.
 
Per le vittime del mobbing, le conseguenze possono essere rilevanti. Sono stati riscontrati sintomi a carico della salute fisica, mentale e psicosomatica: per esempio, stress, depressione, calo dell’autostima, autobiasimo, fobie, disturbi del sonno, problemi digestivi e muscoloscheletrici. Tra le vittime del mobbing sono comuni anche disturbi da stress di carattere post-traumatico, simili ai sintomi che si manifestano dopo esperienze traumatiche di altra natura, quali disastri o aggressioni. Questi sintomi possono persistere per anni dopo gli avvenimenti che li hanno originati. â€¨Altre conseguenze possono essere l’isolamento sociale e l’insorgere di problemi familiari o finanziari a causa dell’assenza o dell’allontanamento dal lavoro.
di Andrea Mazzoleni giovedì 4 febbraio 2010 - 0 commento oknotizie
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