La scrittrice sarda con il suo romanzo Accabadora si aggiudica il Premio Campiello 2010 tra le polemiche sorte per il comportamento da “vecchio bavoso” di Vespa, nei confronti della scrittrice Silvia Avallone, vincitrice del premio Campiello giovani.
«Acabar, in spagnolo, significa finire. E in sardo accabadora è colei che finisce. Agli occhi della comunità il suo non è il gesto di un’assassina, ma quello amorevole e pietoso di chi aiuta il destino a compiersi. È lei l’ultima madre». Così sta scritto sulla quarta di copertina del libro di Michela Murgia. E immediatamente, con questo romanzo, si scavalcano tempo e spazio per essere catapultati da un paese della Sardegna degli anni Cinquanta al mondo d’oggi con le sue domande strazianti e le sue dubbie risposte sul senso della nascita e della morte umana; sul come e quando inizia la vita e quando giunge la morte. Sembrava che il codice napoleonico di inizio ottocento e il protocollo di Harvard avessero chiarito per sempre i confini tra feto e neonato e tra vivo e morto ma la ricerca genetica, le nuove tecniche di rianimazione e il neo revanscismo cattolico hanno messo in crisi certezze illuministiche e dato onnipotenza a coloro che gestiscono l’alienazione religiosa. Sì, perché in questa storia si parla di eutanasia, e, grazie a questo lavoro della Murgia, veniamo a sapere che in quei contesti, ancora pervasi da radicati e invisibili codici sociali, alla vita e alla morte si appone sempre l’aggettivo ‘umana’. «La Sardegna degli anni Cinquanta è un mondo antico (…) ha le sue regole e i suoi divieti, una lingua atavica e taciti patti condivisi. La comunità è come un organismo, conosce le proprie esigenze per istinto e senza troppe parole sa come affrontarle».
Il romanzo narra anche di un’altra consuetudine sociale: quando un bambino non può essere mantenuto dalla famiglia originaria, viene ‘adottato’ da qualcuno, all’interno della società rurale, che lo possa far crescere decentemente. Tutto questo avveniva, probabilmente succede ancora, senza bisogno di magistratura e documenti, ma solo con un tacito accordo tra famiglie. In questo modo, una bambina, Maria Lustru, diviene ‘figlia’ di Tzia Bonaria Urrai l’accabadora di Sereni. «Fillus de anima. È così che chiamano i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra. Di quel secondo parto era figlia Maria Lustru, frutto tardivo dell’anima di Bonaria Urrai». Straordinario nell’autrice è l’uso del linguaggio: per rappresentare questa storia arcaica, traccia fonemi dal suono netto, come un sasso che batte su di un sasso. Suoni sordi evocano tutto il pathos dell’esistere umano. Da queste parole, che hanno la certezza della terra, nascono immagini nette, finite, come le ombre che a mezzogiorno si nascondono sotto le cose. Le parole dell’autrice varcano il confine tra parola e immagine con fiammate di poesia che incendiano il senso dell’umano vivere e morire dei personaggi.
Tzia Bonaria accoglie Maria nella propria casa riconoscendole ciò che la prima madre le aveva sempre negato: un’identità umana: «E adesso avrà molto da insegnare a quella bambina cocciuta e sola: come cucire le asole, come armarsi per le guerre che verranno, come imparare l’umiltà di accogliere sia la vita sia la morte».
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