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di Fabio Della Pergola lunedì 6 febbraio 2012 - 0 commento oknotizie
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Medio Oriente: c’è perfino chi usa la parola "dialogo"

Una buona notizia arriva, una volta tanto, dalla Palestina; da quei territori che gli uni chiamano “occupati” e gli altri “contesi”.

Nel villaggio di Budrus, vicino Ramallah, una pattuglia israeliana compie un’azione di controllo. Niente di particolarmente duro né pericoloso. Compiuta l’operazione, pochi minuti in tutto, la pattuglia se ne va. Ma incredibilmente si dimentica lì un soldato ritardatario. Il quale soldato, piuttosto impaurito, non trova di meglio da fare che rivolgersi a due anziani del villaggio che se lo prendono sotto braccio e, a scanso di guai, lo accompagnano fino alla periferia del paesino dove si ricongiunge ai commilitoni. Il soldato ringrazia e se ne torna a casa.

L’ufficiale al comando è stato sospeso, ovviamente, ma, a giudicare da fuori, sembra che se uno si scorda un sottoposto nel corso di un'operazione di pattuglia, la tensione non deve essere proprio alle stelle. Insomma, tutto è bene quel che finisce bene e questa è una buona notizia. L'altra è la nomina alla guida del Comando Centrale dell'esercito israeliano, con giurisdizione sulla West Bank, del Generale Nitzan Alon, inviso alla destra e noto per essere decisamente ostile ai coloni che hanno definito la sua nomina "una provocazione". Forse qualcosa sta cambiando.

Ho scritto, a volte, di Israele e del suo diritto ad esistere, anche come stato “ebraico” (un paio di lettere anche a Sergio Romano che gentilmente - ma anche un po’ deludendomi - mi ha risposto nella sua rubrica sul Corriere). E ritengo indiscutibile il diritto dei palestinesi ad avere un loro stato autonomo ed indipendente, all’interno di confini certi, ma concordati.

Oggi, visto anche il fatto accaduto, mi piace parlare di speranze e di pacificazione. Ricordando che l’unica grande e vera speranza per il Medio Oriente - grande speranza perché se una volta c’è stata è possibile che possa esserci di nuovo - è costituita dall’accordo raggiunto negli informali colloqui di pace svoltisi a Ginevra nel 2003 tra personalità di spicco, ma non ufficiali, delle due parti in conflitto. Accordo raggiunto, ma mai ratificato e mai accettato, ottusamente, dai due popoli.

Gli accordi di Ginevra hanno parlato di nuovi confini, di colonie ebraiche integrate nel territorio israeliano, compensate con il cedimento di equivalenti porzioni di terre, ma anche di evacuazione delle colonie minori, come fu messo poi in pratica a Gaza; hanno parlato di divisione di Gerusalemme in modo che possa diventare legittimamente la capitale di entrambi gli stati; hanno parlato di un diritto al ritorno per i profughi palestinesi solo simbolico, ma anche di compensazioni economiche per chi perse i suoi beni; hanno parlato di riconoscimento reciproco e di pacificazione garantita anche da forze multinazionali. Hanno parlato di tutto quello che qualsiasi testa pensante avrebbe potuto immaginare per risolvere una situazione così incancrenita e incattivita.

Ma soprattutto racchiudono una perla rara che è la quintessenza di tutto quanto si può ragionevolmente sperare dalla complicatissima vicenda israelo-palestinese o più ampiamente arabo-israeliana. La perla è che il conflitto è visto per quello che è: una lotta aspra e senza esclusione di colpi, per il possesso di un territorio. Senza ideologie, senza miasmi teologici, senza infamità di stampo razziale. Questa è la verità pura e semplice: il possesso di un territorio.


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