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Mediazione e Religione

Una società perde la capacità di risolvere i conflitti usando sistemi amichevoli, quando la religione e le istituzioni religiose perdono presa sulle persone o, in altri termini, quando le persone smettono di credere nell’indeterminabile e nel divino.

Ogni religione dispone di sistemi di soluzione dei conflitti, spesso aggiudicativi, basati sul giudizio divino, ma porta in sé anche l’idea della mediazione perché istituisce intermediari specifici, col compito di tradurre i segni e i messaggi divini in parole umane. Ogni mediazione, d’altro canto, reca in sé i segni della religione perché mira a riconciliare istanze conflittuali, per ripristinare un’armonia comunitaria.

La mediazione nella religione

Preti, sciamani, sacerdoti... i mistici in genere hanno il compito di intercedere tra la divinità e la comunità. Possiamo quindi considerare i sacerdoti come mediatori assoluti e, perciò, mediatori per eccellenza. Le società, infatti, li hanno riconosciuti sempre come saggi deputati ad amministrare le cerimonie rituali e a dirimere i conflitti interni; in entrambi i casi con lo scopo di mantenere o ripristinare l’ordine necessario a garantire il benessere della comunità.

I testi sacri propongono regole di prevenzione e di soluzione dei conflitti (in campo familiare, commerciale, internazionale…) strutturate come leggi vere e proprie, ma fanno anche riferimento agli strumenti negoziali, in maniera più o meno esplicita.

L'ebraismo adotta la mediazione come fondamento perché affida espressamente il dialogo tra Yahweh e il popolo ai sacerdoti (mediatori), dei quali Mosé è il capostipite. L’ebraismo pullula di leggi e prescrizioni eterodirette, impositive, ma sempre con lo scopo primario della riconciliazione, piuttosto che della vittoria di un individuo su di un altro. Chi avesse danneggiato un altro individuo, p.es., dovrebbe sacrificare una certa porzione dei propri averi (Levitico 6: 1-7), per ripristinare l’equilibrio sociale, oltreché ricompensare il danneggiato (Numeri, 5: 6-10), per risarcirne la perdita. La prospettiva ebraica è infatti fortemente orientata al benessere collettivo, che si ripercuote indirettamente anche sul benessere dell’individuo.

Il cristianesimo pretende invece espressamente la riconciliazione amichevole e diretta tra i litiganti, sottolineandone i vantaggi rispetto al giudizio (Matteo 5: 25-26):

Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!

Il Vangelo, come anche l’Antico Testamento, confida profondamente sull’efficacia del giudizio: innanzitutto perché il giudizio di Dio sarebbe infallibile e gli uomini sarebbero tutti peccatori; poi perché il giudizio degli uomini sarebbe crudele e fallace. Il giudizio salomonico stesso (Primo Re 3: 16-27) deve la sua fama a una crudeltà estrema che, paradossalmente, sviscera una giustizia lungimirante, riconosciuta però dal popolo quale intervento divino: «Gli israeliti avevano constatato che la sapienza di Dio era in lui per rendere giustizia» (Id. 3: 27).
Gesù, che fu un altro mediatore per eccellenza (Timoteo 2: 5), integra il perdono come pietra di volta della vita comunitaria (Matteo 18: 15-22). Perdono che scaturisce solo dopo l’identificazione reciproca di accusatore e accusato (meccanismo alla base dell’empatia), come in Giovanni (8: 7) o in Luca (6: 41-42).

L’islam interpreta la soluzione dei conflitti come un problema sociale, piuttosto che individuale, e, sebbene ricorra principalmente a strumenti aggiudicativi, riconosce la mediazione quale alternativa migliore rispetto ai cicli interminabili di vendette che la rabbia tende a innescare. Le condizioni estreme della vita nel deserto pretendono la collaborazione reciproca, piuttosto che la lite, e perciò l’islam ha regolato anche la mediazione quale strumento in grado di evitare ripercussioni dannose all'interno della comunità.
La forza riconosciuta dall’islam alla mediazione risiede nel fatto che i praticanti credono nella punizione divina delle persone che in vita abbiano reso giudizi iniqui o abbiano mancato di “sottomettersi” alle prescrizioni sacre. La fede innesca quindi il buonsenso necessario per conciliare una lite.

La religione nella mediazione

Una procedura di mediazione manifesta molti aspetti religiosi. Primo fra tutti, la ritualità. Benché la procedura sia informale (D.Lgs. 28/2010, art. 3, c. 3), i mediatori adottano comportamenti ritualizzati dalla prassi e dalle tecniche di negoziazione.

Il mediatore assume poi alcuni atteggiamenti tipici del prete cattolico, ma anche dello sciamano selvaggio, quando svolge i colloqui riservati e interroga le parti, come nel rito della confessione. Incontri che, in gergo tecnico, chiamiamo caucus, “consigli”, dalla lingua algonchina dei nativi americani, che usavano questa parola per indicare i consulti richiesti ai saggi o agli sciamani.

Il mediatore gode inoltre del segreto professionale riservato ai ministri del culto (D.Lgs. 28/2010, art. 10, c. 2; C.P.P., art. 200, c. 1) che, a sua volta, deriva dall’idea atavica per cui i sacerdoti e gli sciamani debbano godere di un’immunità particolare, proprio perché depositari di una sapere orientato al benessere collettivo, ma anche perché catalizzatori del malessere altrui e immersi in conflitti che non li riguardano. Non sorprende allora che norme specifiche (come il D.M. 180/2010, art. 16, c. 4, tab. A) riservino ai mediatori compensi ben definiti, come quelli riservati ai sacerdoti dalla Torah (Levitico 7: 33 e Numeri 18: 8-31).

La mediazione mira a riconciliare le parti, come lo Yom kippur ebraico, e a mantenere un’armonia sociale orientata al benessere della collettività. Ricordiamo infatti che il D.Lgs. 28/2010 nasce con lo scopo di deflazionare il carico giudiziario, per garantire processi più equi, da una parte, e soluzioni più soddisfacenti, dall’altra. Obiettivi che, entrambi, dovrebbero migliorare la convivenza e il benessere degli individui, anche attirando investimenti esteri (allettati da una giustizia efficiente). Investimenti che dovrebbero dare un impulso nuovo all’economia. La normativa italiana definisce infatti la mediazione civile anche con l’aggettivo commerciale, sulla scia della mediazione societaria, introdotta già dal D.Lgs. 5/2003.

Gli affari hanno un’attinenza importante con la religione e viceversa. Le leggi sacre parlano molto spesso di denaro: per le offerte, per le riparazioni, per i contributi alla comunità, ecc. Le logiche premiali e punitive per la vita dopo la morte (dal contrappasso al karma) riposano su quelle della reciprocità negoziale. L’emblema più evidente di questo legame è però il segno di pace che ci scambiamo sia quando concludiamo un accordo, sia quando ci riconciliamo con i nostri nemici: una stretta di mano.

Estratto dall'originale, disponibile in www.iformediate.com.

 

Foto: Morden Oddivick/Flickr

Questo articolo è stato pubblicato qui

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