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Mattarella e l’irripetibile occasione

Quando fu sancita l’incostituzionalità della legge elettorale da cui nasce l’attuale Parlamento, un moderato come Zagebrelsky non usò mezzi termini: la Consulta aveva assestato un ceffone alle Camere. Erano giorni di caos. Grillo chiedeva la cacciata degli «abusivi» e c’era chi, non a torto, si interrogava sulla legittimità costituzionale e giuridica di gente che nessuno aveva eletto. Un dato di fatto feriva i democratici: dopo aver tenuto in vita il Codice Rocco, di mussoliniana memoria, la Repubblica antifascista assisteva ora alla macabra riesumazione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni.

Per uscire dal vicolo cieco in cui ci avevano cacciato l’indigenza culturale, la miseria morale e una buona dose di malafede dei sedicenti «grandi partiti di governo», si cercarono punti fermi ai quali ancorarsi, per evitare un triste naufragio. Per il «principio di continuità dello Stato» – si disse – la legge elettorale non potrà più essere applicata, ma ciò che nel frattempo è stato deciso dagli «abusivi» conserva la sua legittimità. La sopravvivenza dello Stato come Ente necessario sembrò l’unico possibile baluardo contro il caos e si accettò un principio giuridico indiscusso, ma non privo di paradossi: per evitare il caos, bisognava lasciare al loro posto tutti, anche chi l’aveva causato.

Si fece buon viso a cattivo gioco e si prese atto: una sentenza non retroattiva, in una condizione di agonia di quelle Istituzioni, che – osservarono i costituzionalisti d’ogni parte politica e scuola di pensiero – risultavano totalmente discreditate sia sul versante etico, che politico e democratico. Era chiaro a tutti che il triste «pannicello caldo» della «continuità dello Stato» – lo stesso che, sommandosi a una scellerata amnistia, aveva consentito alla classe dirigente fascista di rifarsi una verginità – poteva e doveva salvarci nell’immediato, ma rischiava di diventare un colpo mortale per la democrazia, se non si fosse poi giunti al rapido scioglimento delle Camere e indette elezioni non solo immediatamente possibili, ma indiscutibilmente doverose.

Anche su questo tema non ci furono divisioni tra i costituzionalisti. La legge c’era – si disse – era la proporzionale come veniva fuori chiara dalla sentenza della Consulta e non c’era bisogno che il Parlamento discreditato intervenisse per farne un’altra. Bastava sciogliere le Camere, che rappresentavano solo se stesse, e tornare a votare, anche perché la famigerata «continuità dello Stato», applicata a scelte pregresse, poteva anche sembrare una ferita necessaria, ma trasformata in passaporto per una «legislatura costituzionale», sarebbe diventata strumento di distruzione della legalità repubblicana e arma per colpire a tradimento la Costituzione. D’altro canto, se si fosse giunti a tal punto alla nascita della repubblica, i membri dei Fasci e delle Corporazioni, di fatto, avrebbero conservato il loro seggio in Parlamento.

Sembrava impossibile che accadesse, ma è andata invece proprio così e al momento c’è una sola novità estremamente negativa: la banda dei «nominati» moralmente discreditata e politicamente delegittimata, sta cambiando la Costituzione e – tutelati da una «continuità dello Stato» trasformata in oscena ipoteca sul futuro – i sedicenti «grandi elettori», che nessuno ha mai eletto, si sono scelti persino un Presidente della Repubblica, la cui legittimità etica, politica e democratica è pari a quella di chi lo ha mandato al Quirinale.

Dopo gli stati d’assedio illegittimi e la tragedia di Adua, il tentativo golpista di Rudinì e Pelloux cozzò contro il muro dell’ostruzionismo parlamentare attuato d’intesa dai socialisti e dai «liberali di sinistra» guidati da Zanardelli e Giolitti. Una via parlamentare, quindi, è storicamente esistita, ma l’anemia perniciosa che affligge la morente democrazia ha fatto sì che anche l’ostruzionismo non fosse più consentito.

Il secondo esperimento autoritario della nostra storia, quello fascista, finì come si sa: liquidato da una terribile guerra partigiana. Cosa accadrà stavolta non è facile dire ma, chiusa definitivamente la via parlamentare, la violenza del colpo assestato ai diritti metterebbe i nostri giovani davanti a una tragico dilemma: o una servitù rassegnata o una durissima e orgogliosa disobbedienza. La via d’uscita c’è: sciogliere le Camere. Mattarella ha una irripetibile occasione per salvare il Paese e conquistare una legittimità che questo Parlamento non poteva e non può dargli.

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