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  Home page > Attualità > Europa > #Londonriots: i social media e gli scontri a Londra
di Fabio Chiusi (sito) martedì 9 agosto 2011 - 3 commenti oknotizie
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#Londonriots: i social media e gli scontri a Londra

L’Inghilterra brucia da giorni: a partire dagli scontri di sabato notte a Tottenham per la morte di Mark Duggan, le violenze e i saccheggi si sono diffusi a macchia d’olio nel resto di Londra e in altre città. Oltre alle riflessioni sulle cause (Una rivolta sociale scatenata da una uccisione ingiustificata della polizia? Semplice barbarie fine a se stessa? Il segnale che la società multietnica è giunta al termine?), si fa un gran parlare del ruolo dei social media nella diffusione e nel coordinamento degli assalti.

Sul banco degli imputati è finito principalmente Twitter. Per il Sun, per esempio, il servizio di microblogging sarebbe stato utilizzato per «orchestrare la violenza a Tottenham e incitare gli altri alla rivolta».

Sulla stessa lunghezza d’onda il Daily Mail, che parla di «timori che la violenza sia stata aizzata da Twitter». A dimostrarlo, sarebbe il fatto che un’immagine di un’auto della polizia in fiamme sia stata re-twittata più di 100 volte. Oltre a commenti «incendiari» e «richieste di rinforzi» sui luoghi degli scontri.

Anche in Italia la teoria ha fatto adepti. Il Giornale, per esempio, scrive: «Determinante per l’estensione delle violenze appare l’attività su Twitter». E per La Stampa «la ribellione si è estesa da Nord a Sud grazie al tam tam via Twitter e Blackberry».

In realtà le cose sembrano stare diversamente. Come ha scritto inizialmente il blog The Urban Mashup, sono i stati i messaggi scambiati sul Blackberry Messenger (Bbm), e non su Twitter, ad «aver alimentato la rabbia dei giovani che si sono riversati sulle strade». Il motivo è molto semplice: il sistema di messaggistica istantanea dello smartphone è il più utilizzato dai giovani britannici (e uno studio Ofcom lo dimostra, affermando che è usato dal 37% dei ragazzi); è gratuito; e, soprattutto, è considerato privato, e dunque al riparo dall’occhio indiscreto della polizia. «Bbm è stato anche il canale attraverso il quale si è diffuso il passaparola sull’inizio della rivolta», ha scritto The Urban Mashup, sostenendo inoltre che i messaggi reperibili su Twitter semmai confermino che Bbm continua a essere lo strumento utilizzato per coordinare le violenze. Come questi:

Il tutto, ha precisato in seguito il blog, senza voler sostenere che Bbm sia stata la causa dello scoppio dei disordini: «Le persone e non i social network causano le violenze». Per questo i diversi richiami a sospendere il servizio, che si sono rincorsi in queste ore, non dovrebbero essere ascoltati.

Il post originale è stato in seguito ripreso su TechCrunch ed è giunto fino al Guardian, il cui giornalista Paul Lewis ha usato proprio Twitter per cercare di entrare nella rete privata di messaggi via Bbm, riuscendo a carpirne alcuni particolarmente significativi. Questo, per esempio:


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di Fabio Chiusi (sito) martedì 9 agosto 2011 - 3 commenti oknotizie
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