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  Home page > Attualità > Politica > Lo sciopero fiscale come forma di lotta non violenta
di Lillo Massimiliano Musso martedì 23 agosto 2011 - 0 commento oknotizie
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Lo sciopero fiscale come forma di lotta non violenta

Nel 2007, per mandare a casa il governo guidato da Romano Prodi, i leader dell'opposizione Silvio Berlusconi e Umberto Bossi minacciarono lo sciopero fiscale. E dinanzi alle difficoltà dell'odierno governo nazionale è uno dei colonnelli di Bossi a rilanciare, nel maggio 2011, l'ipotesi di uno sciopero fiscale. Eppure, lo sciopero fiscale ha antiche e nobili radici storiche. Sciopero fiscale ovviamente non significa evasione fiscale. Proprio oggi, a ridosso di una manovra correttiva che colpisce il ceto medio e condanna le fasce meno abbienti all'abbandono a se stesse, si dovrebbe rispolverare questo potente strumento di lotta democratica, che è sorretto dal principio fondamentale "no taxation without representation". Ed ironia della storia, lo sciopero fiscale si ritorcerebbe contro coloro che negli anni hanno ventilato l'idea di un'iniziativa popolare di rottura rispetto alle Istituzioni che ne rappresentano la sovranità.

Nel 2007, per mandare a casa il governo guidato da Romano Prodi, i leader dell'opposizione Silvio Berlusconi e Umberto Bossi minacciarono lo sciopero fiscale. Il Cavaliere a inizio giugno invocava nuove elezioni, evocando lo spettro dello sciopero fiscale. Sul punto smentirà in una nota telefonata a Ballarò, salvo poi ritornarvi a più riprese in occasione delle convention del suo partito. Una settimana dopo è il turno di Aurelio Mancuso, presidente nazionale dell'Arcigay, che per sensibilizzare sui temi cari ai movimenti gay italiani lanciava una campagna per la restituzione delle tessere elettorali ed una per uno sciopero fiscale. Ma fu il líder máximo della Lega, approfittando del periodo vacanziero, a fare il rumore con più eco. Si era a cavallo di Ferragosto quando Bossi rilanciava «lo sciopero fiscale», perché «la gente vuol mandare via Prodi» e allora «bisogna trovare qualcosa di forte». Già nel 1993 lo sciopero fiscale fu uno dei cavalli di battaglia della Lega contro "Roma ladrona". Per la Lega con lo sciopero fiscale non si vuole non pagare le tasse, ma pagarle alle Regioni anziché allo Stato. È quindi uno strumento di protesta, una forma di resistenza e di rivendicazione. Si tratta, in definitiva, di una forma di autodeterminazione del popolo padano nel percorso verso il fedaralismo politico. L'ideologo leghista di tale profilo dello sciopero fiscale, finalizzato alla lotta per il decentramento amministrativo sino alla piena autonomia, fu Gianfranco Miglio, le cui idee, nel pieno di Mani Pulite e del crollo della prima Repubblica, ebbero molto risalto e credito anche fuori dai recinti leghisti. Poi Umberto Bossi, da Pontida, a metà del 1993, radicalizzandolo, adottò lo sciopero fiscale come slogan dell'intero movimento, mettendone un marchio d'esclusiva e determinando lo smarcamento dei partiti moderati, in fuga da un argomento destabilizzante e privo di prospettiva di governo.

Nella pancia del leghista il tema dello sciopero fiscale è sempre attuale. Il popolo di Pontida lo considera, infatti, una sorta di arma di difesa, insieme a quella della minaccia di secessione, dinanzi all'estrema difficoltà di raggiungere il tanto agognato federalismo. E dinanzi alle difficoltà dell'odierno governo nazionale è uno dei colonnelli di Bossi a rilanciare, nel maggio 2011, l'ipotesi di uno sciopero fiscale. Il pretesto è il dibattito sullo spostamento di alcuni ministeri al Nord. Roberto Calderoli, Ministro per la Semplificazione, parafrasando "No Martini? No Party", afferma "No representation? No Taxation" riprendendo e manipolando uno dei principi fondamentali della democrazia americana, "niente tasse senza rappresentanti parlamentari". Calderoli introduce l'ipotesi dello sciopero fiscale in aperta polemica con Silvio Berlusconi, dettosi non molto convinto della possibilità di trasferire la sede istituzionale di alcuni ministeri in Lombardia. Calderoli sa che l'eventualità di uno sciopero fiscale sponsorizzato dalla Lega potrebbe coinvolgere oltre 25 milioni di italiani e "sospendere" un gettito pari a 290 miliardi di euro. Ma ciò che maggiormente incuriosisce è il dato sintomatico della confusione politica dei nostri giorni, con un Calderoli che da una parte ha dato nome ad una legge "porcata" elettorale, che priva i cittadini di reale rappresentanza politica, e dall'altra, furbescamente adotta come argomento di rivendicazione quello della rappresentanza politica, minacciando, appunto, lo sciopero fiscale.


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