La guerra in Libia non è ancora finita ma qualcuno pensa già al dopo. A molti non è sfuggita la coincidenza tra la notizia (vera? Falsa? Metà e metà?) della presa di Tripoli da parte dei ribelli e la seduta positiva registrata dalle borse dopo una settimana di pesanti ribassi, segno che i mercati sono ben consapevoli delle ghiotte opportunità di profitto generate dalla ricostruzione postbellica.
L'Alto Commissario per la politica estera europea, Catherine Ashton, ha recentemente confermato che L'Europea è pronta a sostenere la transizione libica, espressione in diplomatichese che sottende la necessaria partecipazione di imprese europee alle gare d'appalto promosse dal futuro nuovo governo di Tripoli. D'altra parte, gli stessi ribelli hanno affermato di voler ricompensare la Nato per il supporto sin qui offerto.
Nel dettaglio, l’economia della Libia, Paese grande sei volte l'Italia ma quasi interamente desertico nonché scarsamente popolato, è fortemente legata alpetrolio, che rappresenta il 95% dell'export, il 25% del PIL e l’80% delle entrate statali. La Libia è il terzo produttore di petrolio del Continente Nero e ha riserve accertate per 44 miliardi di barili. Non sorprende dunque l'interesse generale sollecitato dalla causa libica. Le ricchezze custodite sotto le sue martoriate sabbie sono un argomento sufficiente per mobilitare la “solidarietà” del (Primo) mondo.
Anche negli anni in cui minacciava l'Occidente, Gheddafi non ha mai impedito alle companies di trapanare la sua scatola di sabbia a caccia dell'oro nero. Più di cento aziende erano impegnate nell'estrazione del petrolio prima della guerra. Eni è presente nel Paese dal 1959 e le attivitàlì svolte contribuiscono per il 13% al fatturato del gruppo.
Non a caso le sanzioni internazionali hanno mirato a colpire innanzitutto le esportazioni di greggio, privando Gheddafi della sua principale voce di introiti ma di fatto indebolendo l'intero Paese.
A complicare un quadro già incerto, sullo sfondo della coalizione dei volenterosi si profila l'ombra delle potenze emergenti, le quali (peraltro tutte presenti nel Consiglio di Sicurezza Onu) a differenza dell'Occidente hanno sì manifestato più volte il proprio dissenso alle operazioni militari in Libia, ma che al pari di esso non nascondono l'acquolina in bocca per il ricco piatto della ricostruzione.
In particolare la Cina, che in Libia vantava già sontuosi progetti in corso, vuole recitare un ruolo di primo piano nella rinascita economica del Paese. Prima del conflitto, gli investimenti di Pechino a Tripoli ammontavano a 18 miliardi di euro; 75 aziende cinesi, per un totale di 36mila dipendenti, operavano nel Paese.
Anche Russia (tramite Gazprom Neft, Tatneft) e Brasile (Petrobras e Oderbrecht) avevano interessi in gioco per miliardi di dollari. Così come hanno interessi gli onnipresenti Stati Uniti, nonché l'intraprendente Francia di Sarkozy che fin dai primi focolai del conflitto ha fatto di tutto per agevolare la caduta di Gheddafi ma con il quale aveva stipulato ricchi contratti per forniture militari.
Non va dimenticato che la Libia vanta un ricco patrimonio investito all'estero, e che potrebbe rappresentare una risorsa a cui attingere quando i beni ora congelati saranno di nuovo resi disponibili.
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