Nascere
Come in una clessidradal primapassi una strozzaturae (ri)cominci.
queste righe nascono prima del tutto. Prima che il vento della vita inizi a soffiare troppo forte per poterlo governare, prima di incomprensioni, contrasti. Prima di tutte le cose che inevitabilmente riterrai di doverci e poterci rinfacciare. Nascono anche prima di te, a pochi giorni da quello che i medici hanno stimato essere il momento ideale per il tuo arrivo in questo mondo. Nascono prima di poterti vedere, prima che tu assuma un aspetto reale, tangibile, quando sei ancora solo un’idea o poco più, nel ventre di tua madre.
Nascono ora e verranno da te lette tra molto tempo, forse mai.
Questa vuole essere una lettera di scuse anticipate per tutti gli errori che inevitabilmente faremo, per tutti i divieti che ti imporremo, le regole, i limiti. Per la strada su cui cercheremo di metterti e poi di spingerti per andare avanti, per spronarti lungo la via più difficile. Per aspera ad astra, ti ripeterò e tu penserai a cosa posso farmene io di quell’aspera, di come il concetto di astra diverga nelle nostre vite, di come sono incredibilmente ed inevitabilmente vecchio.
E vecchio mi sento, pur con pochi decenni alle spalle, quanti bastano per poter procreare con cognizione di causa e poter mantenere i figli che metto al mondo, ma sempre pochi per tutte le esperienze che mi mancano e non so se in questa breve vita avrò tempo e modo di fare. Se le mie voglie avessero le ali, quante ore passate a volare in giro per il mondo, vedere gente e luoghi, imparare ed accumulare sapere. Invece mi trovo con piedi pesanti, inchiodato a terra ad aggirarmi per una piccola frazione di mondo, cercando di fare del mio meglio con il poco che ho, raccogliendo ciò che posso nella speranza di lasciare tutto a te ed alle tue sorelle.
Non avrai case, beni di sorta, soldi. Tra venti o trent’anni, andrai via da questa casa definitivamente con in mano una valigia e nient’altro. Ma spero che in quella valigia ci siano tanti sogni, tante esperienze e tanta voglia di consumare scarpe. Spero che dentro alla valigia ci sia una spinta, un’inerzia acquisita in questi tuoi primi anni passati con noi che ti permetta di fare tutta la strada che il tuo cuore riuscirà ad immaginare e poi magari ancora oltre, passando quella spinta ai tuoi figli e poi ancora.
Mi scuso per tutto quello che non avrai, per tutto quello che non vorrò comprarti, per tutte le cose tue che senza entusiasmo guarderò. Per i vestiti che non mi piaceranno, per quelli che ti vieterò di mettere, per non permetterti di sentirti abbastanza ragazza, abbastanza donna, quando a sedici anni ti imporro i jeans per andare a scuola quando tutte le tue amiche saranno in gonna. Cercherò di spiegarti che a scuola si va per imparare, per nutrire il cervello, non per sembrare delle fotomodelle alla sfilata. Nasceranno discussioni, su discussioni, su discussioni, come nella mia casa di origine prima che in questa. E tutto verrà messo a tacere dalla mia mano alzata, come un vigile, fermerò il flusso di parole. Pietra tombale su ogni discussione e su ogni velleità di dialogo. In perfetto stile dittatoriale, con la gastrite, mia, di chi sa che deve imporre una decisione impopolare, e tua, di chi sa che una legge, per quanto ingiusta va rispettata, contrastata discussa emendata, magari insultata, ma comunque rispettata.