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Le ragioni del no al comma "ammazza-blog"

Visto che oggi è giornata di riepiloghi, tiriamo le somme. In una frase: il comma 29 del ddl intercettazioni a mio avviso va abrogato. Vediamo perché.

Prima di tutto, i fatti: nella sua attuale stesura la cosiddetta “legge bavaglio” prevede, al comma 29, l’estensione dell’obbligo di rettifica contenuto nella disciplina sulla stampa ai “siti informatici”. Se il testo dovesse diventare legge così com’è, dunque, un qualsiasi blogger avrebbe il dovere di rettificare una notizia entro 48 ore dalla richiesta, pena una multa fino a 12500 euro. La rettifica inoltre dovrebbe essere data rispettando precisi criteri grafici, di posizionamento, visibilità e di metodologia di accesso. In soldoni: bastano un paio di giorni offline (per un week-end al mare, ad esempio) oppure una rettifica data nel modo sbagliato per ritrovarsi con qualche migliaio di euro da pagare. Si tratta di una norma antistorica, inutile e, peggio, dannosa perché si tradurrebbe inevitabilmente in un deterrente per la libera espressione dei comuni cittadini senza per questo migliorare la qualità dell’informazione reperibile in Rete. Semplicemente, i “potenti” finirebbero per avere una freccia in più all’arco dell’intimidazione (“se non rettifichi quella notizia entro 48 ore...”) e tutti gli altri sarebbero costretti ad abbassare un poco la voce: quanto basta perché non si senta. Non penso in molti sarebbero disposti a lunghe e costose trafile giudiziarie per far valere il proprio diritto a vedere immutato un post con un bacino di utenza magari di qualche decina di lettori. Per questo l’appellattivo "ammazza-blog" non è del tutto fuorviante.
 
Alcuni, tuttavia, non ci stanno. E decidono di chiedere a gran voce un emendamento. Lo fanno Arturo Di Corinto su Repubblica e l’avvocato Guido Scorza. A cui si aggiungono le voci di blogger come Claudio Messora di Byoblu e ilNichilista, cioè io stesso. Entrambi decidiamo di interpellare l’Onorevole Roberto Cassinelli, da sempre attento alle dinamiche del Web e disponibile all’ascolto e al dialogo con gli utenti (dobbiamo a lui l’abrogazione definitiva del disastroso emendamento D’Alia, ad esempio). La risposta del deputato non si fa attendere: non si tratta di un emendamento soppressivo, come avremmo voluto, ma ad ogni modo di una modifica che contiene diversi miglioramenti.

Prima di tutto perché reintroduce una distinzione tra giornalismo professionale e amatoriale quanto a termini di decorrenza e ammontare della sanzione in caso di mancata rettifica. Così il limite passa da 2 a 7 giorni e la multa scende a un intervallo compreso tra 250 e 2500 euro per le testate non registrate e senza “scopo di lucro” su cui figuri un indirizzo e-mail valido, mentre termini e somma restano invariati per siti propriamente giornalistici.
 
In secondo luogo perché il termine decorre non più dal momento della richiesta ma da quello della presa in carico della richiesta da parte dei gestori della pagina (il week-end al mare è così salvo).
 
Da ultimo, perché scompaiono i criteri di presentazione della rettifica, che per essere ritenuta valida ora basta sia inserita in calce al contenuto incriminato.
 
È abbastanza? La Rete non ne è convinta. E finalmente scende in campo anche il PD, che con una iniziativa a firma Gentiloni, Civati e Orfini chiede a gran voce una mobilitazione online per l’abrogazione dell’obbligo di rettifica. “Nessuno tocchi i blog” lo slogan. Il tempo stringe, o almeno così pare, ma ciò nonostante l’idea non riscuote grande successo né in termini di adesioni né di spazio mediatico. È comprensibile: gli aspetti controversi della legge sono molti e gravissimi. Tuttavia è dalla Rete che passa il futuro della libertà di espressione. Dunque la portata del comma 29 non può e non deve essere sottovalutata.
 
Cassinelli sembra avere preso a cuore la vicenda. E interviene nuovamente, modificando l’originaria proposta di emendamento. Si allungano ancora i termini di decorrenza dell’obbligo per i siti non registrati e che non svolgano “attività imprenditoriale” (scompare la più ambigua dicitura “scopo di lucro”): si passa a dieci giorni dal momento in cui vi sia “conoscibilità” della richiesta di rettifica. Per la stessa tipologia di siti la multa scende ancora, ed è compresa ora tra 100 e 500 euro se dotato di un indirizzo mail valido, mentre in caso contrario rimane tra 250 e 2500 euro. Viene inoltre precisato che per i blog amatoriali la richiesta di rettifica non è valida “se inoltrata con mezzi per i quali non sia possibile verificarne la ricezione da parte del destinatario”.
 
Dopo un pasticcio nella stesura iniziale, Cassinelli specifica da ultimo espressamente che l’obbligo di rettifica non si applica a contenuti “destinati a un numero limitato di utenti oppure che si qualificano in concreto quali commenti, corredi o accessori di un diverso contenuto principale”. In sostanza, la norma non riguarderà i commenti su Facebook o YouTube.
 
In sostanza, parte dello stesso PDL – anche per bocca dei finiani di Farefuturo e Libertiamo - si è detto contrario all’attuale stesura del comma 29 del ddl intercettazioni. Motivi di opportunità politica e di merito, tuttavia, non spingono a richiedere un emendamento abrogativo che impedisca che un tema tanto delicato venga trattato in un unico comma e all’interno di un disegno di legge che con l’obbligo di rettifica non c’entra nulla. Di avviso opposto il PD, che invece è nettamente a favore della soppressione.
 
Io dal canto mio non posso che apprezzare l’atteggiamento collaborativo dell’Onorevole Cassinelli, che ha sinceramente ascoltato le osservazioni dei tanti cittadini digitali che pazientemente si sono adoperati per migliorare un testo di legge scritto in modo frettoloso e senza competenza. Tuttavia, dato l’onore delle armi all’avversario, non posso che schierarmi a favore dell’abrogazione del comma 29. Prima di tutto perché condivido il pensiero di Scorza, secondo il quale non è corretto applicare la disciplina sulla stampa all’informazione non professionistica. Credo poi che gli strumenti per colpire chi dica menzogne, calunnie o diffamazioni in Rete già ci siano. Il Web è un ecosistema capace di autoregolarsi, seppure in misura imperfetta: i blog e le pagine di informazione professionale più lette sono sotto costante scrutinio dei lettori, che tramite i commenti o i social network possono già evidenziare - e di norma lo fanno piuttosto tempestivamente - eventuali errori. Questo è meno vero per siti meno frequentati. Ma siamo sicuri che per correggere quel residuo che sfugge o notizie che ricevono pochissimi link, un cattivo posizionamento nei motori di ricerca e l’attenzione di qualche decina di lettori si voglia rischiare di limitare la libera espressione di tutti? A mio modesto parere i costi superano, e abbondantemente, i benefici. Per questo dico no al comma 29 del ddl intercettazioni.

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