Le Regioni sono gli enti il cui mantenimento pesa di più sui bilanci pubblici, ma nessuno ne reclama l'abolizione. Anzi, sono indispensabili in virtù dell'identità culturale che dicono di rappresentare. Ma le Regioni, così come le conosciamo, non dovrebbero neppure esistere. Storia di un ente senza storia.
Di tanto in tanto, torna in auge una vecchia argomentazione tanto cara agli amanti della cinghia stretta: aboliamo le province, in quanto enti inutili e dispendiosi. Il risparmio teorico per lo Stato ammonterebbe a 200 milioni di euro annui.S icuri che non ci siano enti ancora più inutili e dispendiosi?
Le ricerche condotte dall'ufficio studi della Cgia di Mestre hanno portato alla luce quello che in molti già sospettavamo, soprattutto se pensiamo ai continui aumenti delle imposte locali.
Tra il 2000 e il 2009 la spesa delle Regioni italiane è cresciuta in media del 75,1%, un aumento è stato più del triplo dell'inflazione (22,1%) registrata nel periodo.
Tradotto in cifre, le uscite complessive delle Regioni sono passate da 119,3 a 209 miliardi di euro.
Il picco spetta alle Regioni a Statuto Speciale, la spesa media ha subito un incremento dell'89%. Solo in parte coperto con entrate proprie. Al primo posto della classifica degli aumenti c'è l'Umbria (+143,7%), seguita dall'Emila Romagna (+140,3%) e dalla Sicilia (+125,7%). Poi viene la Basilicata (+115,2%), il Piemonte (+91,8%) e la Toscana (+84,6%). Nelle ultime posizioni invece troviamo la Provincia Autonoma di Trento (+43,2%), il Veneto (+40,9%) e infine la Campania (+40,3%).
Lontani i tempi in cui l'ente più sovvenzionato era la Provincia, in cui risiedeva il prefetto, figura il cui compito era tenere ben saldo il collegamento con Roma. Ora il favore è tutto per le Regioni. Le province vanno cancellate e le Regioni rafforzate, sembra essere il mantra dell'opinione pubblica. Eppure i numeri dicono che a sprecare di più sono proprio queste ultime, ma nessuno osa metterne in dubbio l'esistenza.
Rimaste solo sulla carta fino al 1970, oggi le Regioni rappresentano degli attori politici sempre più forti sulla scena nazionale, caratterizzati da un'influenza crescente che in molti casi arriva a limitare l'azione dello stesso governo. In virtù della correnti autonomistiche sia in Italia che in Europa, le Regioni ricevono sempre più poteri, sia da Roma che da Bruxelles. Al punto che i Presidenti sono ormai stati ribattezzati Governatori.
Diamo la loro esistenza per scontata, considerandole addirittura preesistenti alla stessa Italia. Undici regioni prendono nome addirittura dall'epoca di Augusto, particolare che consente loro di rivendicare un'identità bimillenaria.
In realtà, le cose non stanno in questo modo.
Molti faranno un salto sulla sedia nel sapere che in realtà le regioni sono invenzione piuttosto recente. E, soprattutto, la loro delimitazione è completamente artificiale.
Le Regioni nacquero nel 1864 per iniziativa di Pietro Maestri, geografo del Regno. Egli concepì formalmente un gruppo di entità, denominate “Compartimenti”, allo scopo di raggruppare gli uffici statistici ereditati dagli Stati preunitari. In pratica erano solo una aggregazione di province per finalità meramente burocratiche. Il progetto di Maestri fu poi implementato da Cesare Correnti nel 1867, il quale suddivise il Regno in 16 regioni, poi aumentate a 18 con l'annessione di Veneto e Friuli Venezia-Giulia in seguito alla Terza guerra d'indipendenza. Il termine “Regione” sarebbe stato adottato a partire dal 1913.
Va aggiunto Luca che le regioni sono divetate delle entità politiche nel 1970, anno in cui furono eletti i primi consigli regionali, voluti fortemente dal PCI, per meglio radicarsi in alcune aree del paese e dalla DC per collocare un personale politico in eccesso che non trovava sbocco nel parlamento nazionale e negli enti di Stato (IRI). nello stesso periodo fu realizzata la riforma sanitaria con la costituzione del servizio sanitario nazionale esteso a tutti i cittadini, la cui gestione fu affidata alle regioni, insieme alla gestione del territorio, delle politiche agricole e di altre competenze minori. I risultati di questa gestione quarantennale sono sotto gli occhi di tutti: debiti, disorganizzazione e inquinamento mafioso (e non solo al sud). Hai ragione Luca sarebbe il caso che si cominciasse a discutere seriamente di questo modello organizzativo fallimentare del nostro Stato. Ma il ceto politico, in larga maggioranza è orientato a farci bere fino in fondo il calice, e solo quando arriveremo al fallimento finanziario si correrà ai ripari! Per quanto mi riguarda credo che il decentramento amministrativo debba fondarsi su un potenziamento delle competenze dei comuni, solo questi enti a diretto contatto con i cittadini possono migliorare la qualita della pubblica amministrazione e per conseguenza della nostra vita. A condizione però che i politici e gli amministrativi siano sottoposti ad un effettivo controllo di legalità e di validità economica delle spese (sul modello francese).
Rafforzare i comuni, ma mantenere le regioni. Questo è il mio parere...
Se i comuni hanno i conti in rosso per due legislature consecutive, vengono accorpati al comune più vicino con i conti a posto...
Mentre le regioni piene di debiti devono essere commissariate e gestite da un commissario europeo molto imparziale e con un passato al di fuori dai casini italiani... Così i nostri partiti saranno motivati a presentare gente capace e seria...
Il problema non sono le regioni ma il modo in cui vengono gestite, la regione deve esiste ma è sufficiente il nome e non 20000 impiegati e politici. Ciao dalla Toscana