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Lazio, disastro sanità. Per una tac da sei mesi ad un anno

La Corte dei Conti rassicura: troppi sprechi, ma gestione ospedaliera in miglioramento; eppure lo scontro tra Zingaretti e il corpo sindacale e dirigenziale del Lazio continua. Fino ad un anno di attesa per una tac, tempi eccessivamente lunghi agli occhi del Presidente della regione, che convoca direttori di Asl e ospedali per fare il punto.

Tac, risonanza magnetica ed ecografia nel Lazio hanno un solo punto in comune: i tempi, che raggiungono anche l'anno di attesa. Zingaretti ci prova, mettendo attorno ad un tavolo le maggiori autorità del comparto ospedaliero regionale, ma la situazione è quella che è. Il centro unico per le prenotazioni è praticamente abbandonato, sostituito da sistemi autonomi, vuoi per l'istinto ad un potere raccattato qua e là che nessuno vuole cedere, vuoi per i famigerata che imperversano sui reparti da evitare, se si ha cara la vita. Ovvio poi che il paziente non si metta nelle mani di un centralino se questo gli sembra una roulette russa, prediligendo una scelta autonoma onde evitare di farsi ammazzare.

Anche in regione la lotta è ardua. L'opera di pulizia di Zingaretti si è recentemente scontrata con il baronato ospedaliero: a fronte del tentativo di ridurre il rapporto dirigenti/posti letto, si è visto recapitare una lettera furente da parte di ben sedici sindacati di categoria. E non che lo schema dirigenziale del Lazio sia un modello, anzi, anche se si contestava soprattutto - e giustamente - la politica di ingerenza di Zingaretti. Così il buon presidente ha cambiato strategia, cercando il dialogo diretto con quell'apparato dirigenziale che voleva sfoltire. E che arrivano anche ad essere in numero maggiore di quello dei posti letto.

Una nota di speranza arriva dalla Corte dei Conti, che a febbraio registrava un lieve miglioramento della gestione, pur di contro ad un eccesso di sprechi. E che anzi lodava la rinnovata gestione del policlinico Umberto I, che riappare oggi nelle parole del suo direttore generale, Domenico Alessio: "Molte prescrizioni sono inappropriate, ma se l'assistenza sul territorio funzionasse, i cittadini non affollerebbero i pronto soccorso dei grandi ospedali: comunque da noi le urgenze e i malati oncologici sono seguiti in 48 ore". Parole sagge e illuminate. Se magari poi al policlinico, senza fare nomi, non fosse capitata l'apocalittica disgrazia di essere ospedale universitario, forse anche il resto andrebbe meglio. Tant'è che un paio di anni fa, l'on. Gramazio (PdL) si trovava a difendere l'istituto e la sua nuova dirigenza: "Sta lavorando per rimediare ai disastri precedenti". Sicuramente l'esperienza Montaguti/Guarini non è stata propriamente esaltante; di certo però non si salta di gioia neanche di fronte al disastro causato dalla compagnia Frati. Su questo l'onorevole potrà agilmente convenire.

Nel frattempo Zingaretti ha già firmato un decreto per ridurre gli incarichi e semplificare le strutture, mentre una settimana fa annunciava una rimodulazione del comparto dirigenziale in senso meritocratico, promuovendo i migliori e scaricando i peggiori. L'idea fa tremare, perché coloro che hanno usato la parola "meritocrazia" (Gelmini e Fioroni, tra i tanti) non hanno, nei fatti, spostato nulla. 

Senza contare l'impatto che potrebbe avere una gestione esclusivamente verticistica da parte della Regione. La strada potrebbe essere però almeno inizialmente giusta, perché persegue una politica esclusa da spending review e tagli (il contrario di quello che è stato fatto negli ultimi anni, vedi Gelmini): il semplice principio che per risistemare un sistema al collasso sia necessario operare principalmente sulle risorse umane, e non su quelle finanziarie. Che significa insomma che buttare dentro i soldi o a toglierli sono bravi tutti. E che a coltivare un istituzione, invece non ci ha pensato nessuno.

Di fronte ad una deregulation già in stato avanzato, l'ipotesi di un colloquio tra istituzioni ospedaliere potrebbe essere di gran lunga più utile che imporre decisioni dall'alto. Purché quei tempi mostruosi diminuiscano oltre la soglia del tollerabile, che a ben vedere non è che la tempistica necessaria a rendere l'operazione utile a qualche cosa.

L'Italia scende di anno in anno nei ranking mondiali. Il tanto decantato secondo posto nella classifica dell'OMS risale a tredici anni fa, e si è tramutato velocemente nel quindicesimo posto in Europa (2009) fino al 21° nel 2012. Il punto sarà dunque in futuro quello di operare con una sanità fuori tempo massimo. Altrimenti sarà solo campagna elettorale.

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